Castel Gandolfo, una gita non solo per il Papa

Antonio Venditti

«Sarò vostro concittadino per più di un mese e ne sono felice». Così Papa Benedetto XVI, di ritorno dalla Val D’Aosta, ha salutato giovedì scorso gli abitanti di Castel Gandolfo che lo hanno accolto tra scroscianti applausi. Avere il Papa a portata di gita fuori porta non è male, ma Castel Gandolfo va scoperta anche per la bellezza architettonica.
La scelta di Castel Gandolfo come luogo di villeggiatura papale risale al tempo del cardinale Maffeo Barberini, salito al soglio pontificio con il nome di Urbano VIII (1623-44). Da allora, Castel Gandolfo divenne la residenza estiva dei Papi, anche se con lunghe interruzioni. Il semplice borgo abitato da seicento persone ebbe, per volontà di Alessandro VII (1655-1667), un nuovo impianto urbanistico secondo il progetto del Bernini. La piazza ha come fondale prospettico il Palazzo Pontificio, a 133 metri sul livello del lago di Albano, che conserva all’esterno l’aspetto severo, con semplici linee architettoniche. Il portale, bugnato e sormontato dallo stemma di Alessandro VII, si apre al centro di uno stretto ma vasto avancorpo, al di sopra del quale un altro, meno ampio, con la loggia delle benedizioni, si raccorda con il cornicione del Palazzo tramite un orologio del XVII sec., la cui regolazione, per secoli, fu compito di un moderatore.
Il Palazzo, nucleo centrale della Villa Pontificia, fu voluto da Urbano VIII (1623-1644), che incaricò della costruzione Carlo Maderno, coadiuvato da Bartolomeo Breccioli e Domenico Castelli. I lavori, iniziati nel 1623 e terminati nel 1629, portarono all’inglobamento dell’antica rocca e alla costruzione della grande ala prospiciente il lago, a squadra con gli edifici preesistenti rivolti sulla piazza, sui quali venne aperto il portale con lo scalone. Gli interventi al Palazzo Pontificio proseguirono con Alessandro VII, Benedetto XIV (1740-1758) e Clemente XIV (1769-1744) che acquistò nel 1773 Villa Cybo. La Villa Pontificia durante il pontificato di Pio VI (1775-1799) subì il 27 febbraio del 1798 il saccheggio da parte delle truppe francesi, per cui Pio VII (1800-1823) fu costretto a riparare i danni. Seguirono ancora alcuni anni di abbandono fino a che Pio VIII (1829-1830) non provvide a far restaurare l’edificio. Modesto e disadorno il Palazzo si presentava al tempo di Gregorio XVI (1831-1846) e di Pio IX (1846-1878).
Dopo l’Unità d’Italia nessun Papa vi si recò più a soggiornare per molto. La Villa, pressoché abbandonata, mostrò per lungo tempo i segni della progressiva rovina, fino a quando Pio XI (1922-1939) fece intraprendere nel 1930 lavori di riadattamento e di trasformazione, a partire dalla Villa Barberini, aggiunta a quella papale con il Trattato del Laterano del 1929.
La chiesa di San Tommaso da Villanova si inserisce con nella quinta laterale destra della piazza della Libertà. Fu voluta da Alessandro VII, che, dopo aver sconsacrato l’antica chiesa di San Michele per incorporarla nel Palazzo Pontificio, stabilì di edificare la nuova parrocchia di Castel Gandolfo sull’area della chiesa-oratorio di San Nicola. I lavori iniziarono il 15 aprile 1658. L’incaricato del progetto e della direzione dei lavori fu dato a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) - affiancato da Mattia de’ Rossi - che seppe inserire mirabilmente la nuova costruzione nell’assetto urbanistico della piazza della Libertà e nell’ambiente naturale circostante. Il prospetto principale della chiesa può essere visto come un grande trittico architettonico, di cui la facciata vera e propria occupa il centro. La facciata, semplice, a due piani, con pilastri tuscanici, è preceduta da una bassa gradinata che conduce a un portale incorniciato, sormontato da un timpano arcuato. Un cornicione rientrante nel mezzo divide il primo piano dal secondo, che presenta al centro una grande finestra rettangolare incorniciata. Il timpano della facciata presenta al centro lo stemma di Alessandro VII. La cupola dalla linea slanciata poggia su un tamburo traforato da finestre.
La pianta della chiesa è a croce greca sul fronte, unidirezionale e con un solo braccio in vista, con una croce iscritta e scarsamente individuabile nella parte retrostante. La nota dominante dell’interno è l’architettura della cupola, a larghe vele con semplici cornici. Antonio Raggi, detto il Lombardo (1624-1686), ne eseguì l’elegante e sobria decorazione a stucco: nei pennacchi i quattro evangelisti, al di sopra di nuvole bianche, mentre lo spazio liscio del fregio del tamburo è scandito dall’iscrizione che corre tutt’intorno. Sopra le finestre del tamburo sono otto medaglioni con bassorilievi, raffiguranti le gesta di San Tommaso da Villanova, sostenuti da una coppia di putti. Alle spalle dell’altare maggiore, due angeli e il Padre Eterno tra putti, scolpiti dal Raggi e un pregevole dipinto raffigurante Cristo in croce, la Madonna, la Maddalena e San Giovanni, opera di Pietro da Cortona. Sull’altare laterale destro il quadro di San Tommaso da Villanova di Pietro da Cortona, di fronte l’Assunzione di Maria di Carlo Maratta (1625-1713).