Il castello delle meraviglie

Fu realizzato
dal magnate
W.R. Hearst:
oggi sembra
ancora un sogno
in technicolor. Nella sontuosa dimora californiana che ispirò a Orson Welles il film "Quarto potere" erano di casa Charlie Chaplin e Clark Gable

Solo per i più accaniti cinefili conta qualcosa il nome di William Randolph Hearst, l’eccentrico editore di quotidiani popolari che per più di sessant’anni - dal 1887 fino alla vigilia della morte avvenuta nel 1951 - resse le sorti del più grande impero di carta stampata degli Stati Uniti d’America.
Ma gli stessi appassionati di cinema finiscono per circoscrivere la vulcanica personalità di un uomo che, dai giornali, giunse a dominare mezzo mondo senza peraltro accedere a nessuna carica politica al famoso scontro che lo oppose ad Orson Welles. Scontro provocato nel ’40 dall’intrusione del genio di Broadway negli studios di Hollywood con un contratto privilegiato che gli consentì di bollare con ferocia inaudita, nel film-capolavoro Quarto potere, terrori e miserie di colui che definiva «il tiranno». Un liberal che prima di passare trionfalmente dalla parte dei repubblicani, era quasi riuscito a diventare governatore dello Stato di New York grazie all’appoggio di quei lettori che vedevano in lui il paladino del popolo. Un giornalista d’assalto che si adoperò con successo a provocare un conflitto tra Usa e Cuba facendo leva sull’incredibile storia, inventata di sana pianta, di una rivoluzionaria d’accatto battezzata Evangelina Cisneros.
Gli americani, invece, del «tiranno» si ricordano, eccome. Non fosse altro per il castello di San Simeon, un fantastico agglomerato di costruzioni ispirate all’antichità classica come all’architettura ispanica innalzato, migliorato, modificato e continuamente rinnovato che dal ’19 al ’47 occupò interamente i pensieri del suo ideatore. Il quale, ereditati dal padre i trentamila acri di terra su cui si estendeva il vecchio Ranch Piedra Blanca situato sulle montagne a ridosso del Pacifico tra San Francisco e Los Angeles sopra una baia meravigliosa, decise di creare in quel magnifico scenario che gli ricordava il Mediterraneo una residenza degna di un principe rinascimentale. Dove tenne a lungo corte bandita convocando nel Refettorio della Casa Grande - il centro nevralgico di San Simeon concepito dalla fedelissima Julia Morgan, l’architetto prediletto da sua madre - Charlie Chaplin e Norma Shearer, Louise Brooks e Clark Gable oltre che Mayer, Thalberg e Warner, sovrani come lui, ma della celluloide e non della carta stampata.
Come si presenta oggi questo incredibile sogno in technicolor? A chi lo guarda dal basso sembra il castello delle fate, dato che Hearst spese una fortuna per farlo erigere a seicento piedi d’altezza in modo che le nebbie persistenti che avvolgono la costa in questa zona da sempre minacciata da terremoti lo circondassero in una nube argentea degna della pittura barocca. Mentre, passando senza indugio dalla visione alla realtà dopo esserci inerpicati su una delle numerose vie d’accesso all’impervio maniero (Hearst detestava il rombo delle auto e costringeva gli ospiti a essere trainati a dorso di mulo), noteremo subito a lato dell’immensa facciata dell’edificio principale due torri imponenti. Che sono l’esatta riproduzione di quelle della Cattedrale di Santa Maria Mayor nella città di Ronda, mentre lo splendido cornicione ligneo sotto il tetto è una perfetta imitazione di quello che si trova nella Missione di Santa Barbara devotamente frequentata dal padrone di casa.
Il quale dall’estero trasportava in patria opere d’arte a getto continuo, in ciò favorito dalle tariffe doganali, allora particolarmente favorevoli a certi generi di rapine. Nonché confortato, in tanta megalomania, dall’incontenibile ambizione di Marion Davies, da lui scoperta mentre sgambettava in un teatrino ma ben presto elevata al rango di amante ufficiale nonché a quello di stella di Hollywood. Una girl-friend che si allontanava dal castello incantato ogni volta che arrivava la moglie legittima del magnate. Che tuttavia prontamente la richiamava non appena, sulla stampa della concorrenza, scorgeva l’effigie della sua bella in compagnia di Leslie Howard o di Dick Powell.
Alla Davis, com’è naturale, importava ben poco la provenienza e la storia di quegli oggetti sontuosi - statue del Canova e vasi del Cellini, busti greco-romani e arazzi delle Fiandre - che tuttora troneggiano nelle sale che la videro per trent’anni padrona incontrastata della reggia. Ma pian piano l’opulenza del palazzo, dove riceveva gli ospiti vestita da Maria Antonietta su precise istruzioni di Hearst, finì per condizionarla. Tanto che si deve a lei la scelta della Piscina di Nettuno, uno dei più inauditi complementi di quello che il suo mentore definiva sportivamente «il ranch». Alla first lady del tiranno, infatti, non bastò che quello specchio d’acqua fosse realizzato in puro marmo del Vermont, ma pretese, dopo una fugace visita in Italia, che sul bordo di quell’azzurra distesa dove giocava a palla con Cary Grant e Gary Cooper, troneggiasse, rifatto a regola d’arte, il frontone del tempio di Villa Aldobrandini a Frascati. Naturalmente con tanto di Dio del Mare e di Nereidi che, sia pure in cemento armato, paressero intagliate in pietra serena. Dando l’impressione, tra l’altro, di contemplare con infinito amore, al capo opposto, una Venere di Cassou copiata dal Botticelli che, guarda caso, somigliava in modo impressionante alle forme prorompenti di lei stessa, la nuova Afrodite. L’eccesso di narcisismo, se da principio fece ridere il suo signore e padrone, subito dopo lo convinse a prendersi una rivincita esonerandola dal progetto della seconda piscina del suo palazzo imperiale. Hearst infatti la volle, fin dal nome, espressamente romana e in quanto tale destinata non a innocui giochi ma a gare di esperti nuotatori, data l’eccezionale profondità del bacino sovrastato da archi in vetro di Murano e oro a 22 carati.
Ma a San Simeon esistono e resistono magnificamente al tempo ben altri arredi, dai quadri di Winterhalter raffiguranti gli sfortunati imperatori del Messico Massimiliano e Carlotta alla Camera d’Oro dislocata nella Celestial suite dove si rifugiava Hedda Hopper ogni volta che si recava a parlamentare con l’uomo che, insensibile al suo ruolo di perfida cronista degli scandali di Hollywood, continuava a preferirle la rivale Louella Parsons. Per non parlare delle bellissime ville concepite a far da corona alla Casa Grande quando quest’ultima era ancora in costruzione. Arredate con sfarzo inaudito a due passi dal giardino colmo di marmi e di capitelli nonché dalla biblioteca che rigurgita di ben quattromila volumi. Manca ahimè, dopo la scomparsa dell’anfitrione, il celebre zoo da lui tanto amato dove, accanto agli stambecchi che spesso inviava in dono ai fedelissimi, Hearst vegliò a lungo sulla vita del topolino Mortimer che, secondo la leggenda, squittiva a perdifiato tra gli invitati quando una voce maligna si permetteva di fare il nome di Orson Welles.
L’unico uomo dello spettacolo che il tycoon non riuscì a domare ma che, a gloria imperitura dell’essere da lui tanto odiato, rese omaggio a San Simeon trasformandolo sullo schermo nel palagio di Xanadu.