CATASTROFI Inviati speciali al centro del dolore

Dai terremoti di San Francisco e Yokohama all’uragano Katrina che ha distrutto New Orleans

Come cicatrici ancora doloranti, le grandi catastrofi del passato tornano periodicamente a farsi sentire. Cupa e indecifrabile, la loro presenza aleggia tra nubi cariche di milioni di litri d’acqua, e serpeggia sotto la crosta terrestre. Si dice che soltanto gli animali siano in grado di intuire in anticipo il loro arrivo. Chi invece, fatalmente, non può far altro che raccontarne a posteriori gli effetti disastrosi, sono i cronisti. In Catastrofi. I disastri naturali raccontati dai grandi reporter (minimum fax, pagg. 241, euro 15) Simone Barillari ha raccolto le testimonianze su sei tragedie avvenute negli ultimi cento anni. Che sono anche sei esempi di grande giornalismo.
I primi due - sul terremoto di San Francisco del 1906 e su quello di Yokohama del 1923 - portano le firme di Jack London e di Ernest Hemingway. L’autore di Zanna Bianca riferisce del brusco risveglio all’alba del 18 aprile, quando lui e la moglie si caricarono la macchina fotografica in spalla e, spinti da un «misto di orrore e fascinazione», scesero in città. Vi rimasero due giorni e due notti, camminando in direzione opposta al flusso di gente che abbandonava gli ammassi di macerie e di cocci fumanti che fino a poche ore prima erano state le loro case. Seguirono insieme l’avanzata delle fiamme che devastavano gran parte dei quartieri, in mezzo ai boati della dinamite con cui si tentava invano di fermare gli incendi. Viene descritta la fatica di chi fu costretto a trascinarsi dietro pesantissimi bauli colmi dei propri averi, la pena di chi, sfinito, fu costretto ad abbandonare tutto per strada. Ciò che colpì il cronista fu la totale assenza di panico. La gente si spostava con grande compostezza, con punte quasi surreali, come l’uomo che, vedendoli stanchi, li invitò ad entrare in casa sua. Calmo, di buon umore, spiegò loro che quella era l’unica cosa che gli rimaneva di un patrimonio di seicentomila dollari. Infine li invitò a provare il pianoforte, puntualizzando serenamente che le fiamme sarebbero arrivate entro quindici minuti. London annotò tutto, senza dimenticare di citare le stime sull’entità dei danni e le gravi responsabilità per la mancanza di organizzazione, di comunicazione, di acqua.
Diversamente farà Hemingway nel 1923, nel riferire della catastrofe giapponese. Infatti da un lato si concederà il lusso di omettere perfino il numero delle vittime, la data, l’estensione del sisma; dall’altro darà spazio al kimono sensuale indossato da una delle sue intervistate.
Molto più fedele ai fatti, ma non privo di fascino narrativo, è il reportage di John Hersey sull’uragano che devastò una cittadina del Connecticut il 16 agosto 1955. Dopo aver raccolto decine di testimonianze, il cronista scelse due storie che gli sembravano le più significative. Una è la brutta fine di una donna che pareva ormai in salvo, l’altra è l’imprevedibile incrociarsi dei destini di due persone che mai si sarebbero incontrate senza la catastrofe.
In tutti i reportage l’elemento umano si fonde armoniosamente con il dovere dell’informazione, della concisione, dell’accuratezza, della precisione, del distacco emotivo. Nei primi quattro, l’esito è ciò che si chiama reportage letterario. Il caso più emblematico è quello di Qian Gang, giornalista che nel raccontare il tremendo sisma che nel 1976 distrusse Tangshan, città molto popolosa della Cina, causando centinaia di migliaia di vittime - stime più recenti dicono addirittura 700mila - inizia con queste parole: «Senza dubbio, Tangshan mi appartiene». Il suo reportage fu scritto 10 anni dopo la catastrofe, al termine di un paziente, ossessivo lavoro. La commozione dell’autore è evidente, il tono elegiaco lo rende quasi un monumento funebre; eppure le storie strazianti dei sopravvissuti sono riferite senza compiacimento, senza morbosità, senza che le lacrime facciano venir meno la lucidità dello sguardo.
Interessanti sono anche le testimonianze sull’uragano Katrina, il più vicino a noi in ordine temporale. Vi troviamo espressa al massimo grado la funzione civile dell’informazione come necessario contraltare del potere. I cronisti infatti, forti della loro esperienza diretta sul campo, possono contraddire apertamente e senza tema di smentita la versione delle autorità circa l’inagibilità delle strade di collegamento a New Orleans, assunta come alibi per nascondere l’inefficienza e la lentezza dei soccorsi. Inchiodarono così il governo degli Stati Uniti alle sue responsabilità e si meritarono il Premio Pulitzer l’anno successivo. Come scrive il curatore, «forse mai quanto in occasione di una catastrofe - under extraordinary circumstances - il giornalismo americano riscopre di essere mestiere e missione, il tessuto connettivo di una comunità nel momento in cui minaccia di disgregarsi».