“CELO CELO MANCA” Gli anni delle figurine

Le mitiche immagini, tra gli anni ’60 e gli ’80, furono, per milioni di ragazzini, fedeli compagne di giochi e di sogni

Alcuni bambini giocano nei pressi di un muretto. Non sono vestiti alla moda, non hanno pettinature di tendenza, non hanno il telefonino, non sono spacciatori, non sono impegnati in insulse chiacchiere né in pettegolezzi. Invece sono tutti un po’ spettinati, accaldati, hanno scarpe impolverate senza loghi, senza triple righe, senza baffetto. Per chi pensa che bambini così non esistano più, almeno in Italia, diremo subito che effettivamente la scena ha luogo tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, cosa che ci lascia liberi di immaginarceli sia in bianco e nero, sia a colori. Qualcuno di loro è affetto da una forma di bullismo, ma lui non lo sa: al massimo si sente un ragazzo della via Paal.
Con dita rapidissime ed esperte, da prestigiatori, maneggiano dei piccoli oggetti, cartoncini plastificati sottilissimi di forma rettangolare. Li lanciano, li raccolgono, se li passano di mano in mano, li ammucchiano, li voltano, li rivoltano, li fanno sparire e ricomparire senza sosta per ore. Con occhi febbrili ne seguono le traiettorie, come se dalla riuscita o meno di un lancio dipendesse la propria felicità. E in effetti è così. Nell’aria echeggiano formule rituali come «celo celo manca», scandite in infinite varianti con voce piatta e monotona, perché il vero giocatore sa che non bisogna mai far trapelare le proprie emozioni, se non si vuole concedere un vantaggio all’avversario. Sì, perché è in corso qualcosa di molto simile a una partita a poker, qualcosa di altrettanto divertente e crudele, solo che le carte non hanno semi, bensì i volti, le spalle, i busti dei calciatori incorniciati: sono le mitiche figurine Panini. Le figu.
Chi le ha scambiate e collezionate non potrà mai dimenticarle, anche se gli album in cui le incollava con precisione maniacale giacciono in soffitta sotto chili di polvere, oppure in quel famoso cassetto destinato a riempirsi sempre più col passare degli anni, e in cui fin da allora, senza nemmeno accorgersene, si cominciavano a riporre i primi sogni, le passioni ingenue e travolgenti dell’infanzia. Più che un gioco, un rito collettivo e una scuola di vita. Tentare di completare la collezione da soli, senza scambiare nemmeno una figurina, era non solo economicamente improponibile per la maggioranza dei bambini, ma anche disdicevole, impensabile, quanto o più della via solitaria al sesso.
Una volta entrati nell’arena, le regole erano chiare: tutti contro tutti, ciascuno con le proprie armi in tasca, da estrarre al momento giusto come in un western. La furbizia contava molto più della quantità di cartucce. Ci voleva abilità manuale, fortuna, e perché no, un pizzico di sano cinismo. Colpire l’avversario sfruttandone le debolezze senza rimorsi.
Quei giochi erano una realtà a parte, dove i valori sportivi espressi dai calciatori la domenica sul campo non contavano nulla. Contava invece il numero di figurine in circolazione del tal calciatore. Più ce n’erano, meno valeva, come vuole la legge del mercato. Tanto che si è sempre vociferato di strategie editoriali della Panini volte a mantenere alto l’interesse - e di conseguenza le vendite - centellinando la presenza di certi giocatori nelle bustine. Ti poteva capitare di cedere un Falcao, tre Antognoni e due Platini solo per ottenere, tanto per dire, un Nazzareno Canuti; così come tuo fratello, una quindicina di anni prima, aveva dovuto mollare due Mazzola, un Rivera e quattro Altafini per ottenere un Nestor Combin. Il che dimostra quanto democratico fosse quel gioco, che stravolgeva il calciomercato e dava un momento di gloria a tutti, anche ai panchinari che la storia avrebbe dimenticato. Ed era democratico anche perché ci giocavano tutti, il figlio della portinaia con quello del dottore, il figlio dell’avvocato con quello del fattorino. Solo le femmine erano escluse, ma la misoginia non c’entrava: era una questione di passione. Ed era democratico, infine, anche perché non eri obbligato nemmeno ad attaccarle sull’album, le figurine. Gli scudetti e le doppie potevi appiccicarli sulla bici, sulla cartella, sul banco, per dire a tutti chi erano i tuoi idoli, e dunque di che pasta eri fatto.
Trattative estenuanti, truffe colossali, colpi di fortuna o di sfortuna, cocenti delusioni: un estratto della vita che ti aspettava crescendo. Dallo stile di gioco, potevi anche indovinare che cosa avrebbero fatto i tuoi amici da grandi. Il broker lo riconoscevi perché riusciva a far salire le quotazioni più in fretta di tutti gli altri; il bancario perché maneggiava le figurine meglio di un croupier; il seminarista perché si metteva sempre in mezzo a separare i litiganti, rimettendoci regolarmente qualcosa; lo stilista perché si invaghiva dei volti e delle maglie, e dilapidava tutto il suo patrimonio in trattative umilianti solo per entrare in possesso del campione più bello; il serial killer perché rifiutava offerte stratosferiche per una figurina che solo lui possedeva, e alla fine, dopo aver tenuto tutti sul filo, decideva di mangiarsela, gettando tutti nella costernazione; il drogato perché voleva aprire anche le bustine degli altri per sniffare goduriosamente l’odore incomparabile della colla. Cosa che nessuno, peraltro, gli permetteva di fare, perché quello era il momento magico per eccellenza: quando il forziere si spalancava per regalarti nuove, imprevedibili opportunità o per farti precipitare nella disperazione, se per caso la figurina tanto attesa non sbucava.
Fa quasi tenerezza guardare oggi i volti dei calciatori, le pettinature, i sorrisi imperfetti che in certi casi puoi perfino immaginarti un po’ sdentati. Niente volti da divi, niente ingaggi miliardari. Si può capire molto sulla società e sul costume, osservando le figurine. Hanno assorbito informazioni preziose, e oggi le rilasciano a uso di chi non c’era. Un bambino di oggi che scorresse all’indietro un album ideale che le raccoglie tutte, avrebbe di che stupirsi. Per esempio scoprirebbe che fino alla stagione ’61-62 non erano autoadesive, e che ne sono esistite anche di metallo. Ma scoprirebbe anche che non sono esistite solo le figurine dei calciatori. A partire dagli anni Trenta ci furono anche quelle dei ciclisti, degli atleti, dei pugili; poi vennero gli assi del motociclismo e dell’automobilismo. E allargando ulteriormente la visuale oltre i confini del mondo dello sport, si viene a sapere che le figurine sono legate anche al cinema, alla storia, alla scienza, alla moda, alla gastronomia.
In questo album ideale si scopre che la storia della figurina comincia nella seconda metà dell’Ottocento, quando le industrie iniziarono a usarla come veicolo pubblicitario. Con quei cartoncini colorati si poteva attrarre l’attenzione dei consumatori, stimolare la loro curiosità, farli affezionare al proprio prodotto. Pubblicità educativa? In un certo senso sì, perché si potevano esplorare tutti i campi dello scibile, ma sempre usando un linguaggio semplice e accattivante. Per esempio la Liebig, produttrice di un estratto di carne, fu tra le prime a sfruttare questo enorme potenziale e già nel 1912 svelava i trucchi del «cinematografo» ai suoi clienti. C’era anche chi descriveva fenomeni naturali o luoghi esotici, chi raccontava eventi storici o fiabe, chi raffigurava mezzi di trasporto o personaggi illustri, chi suggeriva ricette di cucina, chi proponeva giochi.
Oggi un album del genere esiste. È il Museo della figurina, si trova nel Palazzo Santa Margherita a Modena e verrà inaugurato venerdì prossimo. Raccoglie cinquecentomila figurine collezionate negli ultimi decenni dalla famiglia Panini, che le ha donate al Comune. Una raccolta unica al mondo, nata dalla stessa passione con cui milioni di ragazzini hanno giocato e sognato nel momento più spensierato della loro vita. Per chi non è riuscito a portare a termine le proprie collezioni sarà forse una magra consolazione, ma è bello sapere che se la si vuole vedere, da qualche parte la collezione completa esiste.