IL CENTENARIO DI HANNAH ARENDT

La rivista «Liberal» dedica un numero monografico alla politologa ebrea nata un secolo fa. Anticipiamo l’articolo dello storico Ernst Nolte

Il processo della secolarizzazione si è compiuto nella sua forma classica e integrale nei confronti del cristianesimo, e soprattutto in riferimento al cattolicesimo. A esso si rivolge chiaramente l’attacco dell’illuminismo, esteso a tal punto che si dichiarò guerra a rituali e istituzioni come il papato e a tutte le dottrine fondamentali del cristianesimo come tale. \ I «laicisti» non erano però ostili alla Chiesa, ma vi restarono legati, quantomeno dal punto di vista storico, come la radice stessa della loro esistenza. Per questa ragione, in determinate situazioni, «laici e cattolici» si riunirono in un operare comune. \
Il protestantesimo è stato considerato non di rado la prima manifestazione sociale della secolarizzazione della «fede antica», benché Martin Lutero e gli altri riformatori si siano opposti energicamente a questa concezione. Tuttavia, il terreno del protestantesimo e degli Stati protestanti si rivelò essere particolarmente favorevole alla nascita del liberalismo ideale e politico, che all’inizio del Ventesimo secolo divenne una sorta di segno distintivo di tutto il mondo europeo, definito «la società che si è secolarizzata da sé».
Non è impresa facile stabilire se anche l’ebraismo, la terza delle religioni «abramitiche» in Europa, a differenza del mondo islamico, abbia sviluppato da sé una tendenza secolarizzante già dalla rivoluzione francese, sulla strada verso l’«emancipazione» e la parità dei diritti. Tuttavia, anche al centro della fede ortodossa, in Europa orientale, i maskilim, gli «illuministi ebrei», si sono contrapposti ai rabbini ortodossi della «Halachà». \
Hannah Arendt, nata nel 1906 ad Hannover e cresciuta a Königsberg, era figlia di una coppia di genitori sempre più assimilati ai modi di fare «degli ebrei dell’Est», e già da studente si distinse per talento e bellezza. A differenza di Norbert Elias, che della sua giovinezza nell’impero guglielmino raccontò che lui e la sua famiglia si sentivano al sicuro, nella Repubblica di Weimar l’«antisemitismo» le si fece incontro in forma relativamente innocua, e fu abituata da sua madre a difendersi con determinazione. \ In seguito, la stessa Hannah Arendt scrisse, come già aveva fatto Moses Hess in quanto primissimo fondatore del sionismo, che la religione ebraica è una «religione nazionale», mentre tutte le altre religioni tutt’al più sembrano presentare caratteri nazionali in seguito a determinate condizioni storiche, come ad esempio l’islam in seguito alla sua formazione nella penisola araba e a causa della Sacra Scrittura del Corano in arabo. \ Si potrebbe affermare, con i termini spassionati dell’analisi storica, che una giovane ebrea assimilata si incontrò con un cattolico laicista, poiché Heidegger restò strettamente legato al mondo cattolico della sua gioventù, anche nella veste dell’«infedele».
Per Hannah Arendt, però, il primo distacco dall’uomo che era appena giunto alla fama mondiale con la pubblicazione di Sein und Zeit (Essere e tempo) significò allo stesso tempo la «spinta verso il proprio pensiero». \
Il pericolo più evidente e incalzante per innumerevoli esseri umani in tutto l’Occidente fu il tema centrale del suo libro più voluminoso, Le origini del totalitarismo, che uscì nel 1951 in inglese e nel 1955 in tedesco con il titolo Elemente und Ursprünge totaler Herrschaft (Elementi e origini del dominio totale). Fu il primo libro a occuparsi di totalitarismo e divenne conosciuto in tutto il mondo (l’opera di Carl J. Friedrich e Zbigniew Brzezinski sulla Dittatura totalitaria fu pubblicata per la prima volta solo quattro anni più tardi). Si tratta di un esempio di «teoria strutturale del totalitarismo», e nella terza parte, «Movimento totalitario e dominio totale», la Arendt non si esime dal mettere sullo stesso piano gli stermini di massa da parte dei bolscevichi \. In un altro punto, parla dell’«eliminazione di classe e di gruppo» in Russia. La Arendt non fa quindi nessuna distinzione sostanziale tra lo sterminio degli ebrei nella Germania nazionalsocialista e l’eliminazione dei kulaki nella Russia bolscevica. \ In seguito, nella sua interpretazione, Hannah Arendt ha constatato e lamentato non di rado la mancanza del marxismo come presupposto del totalitarismo bolscevico, e ci volle qualche anno perché includesse Marx in un altro contesto: quello del suo secondo capolavoro, in cui fece proprio un concetto molto più ampio di «pericolo» e che uscì nel 1958 negli Stati Uniti con il titolo The Human Condition, sostituito nell’edizione tedesca del 1960 con Vita activa. Vom tätigen Leben.
Si potrebbe definire questo libro un «trattato sulle minacce alla vita umana», e innanzitutto le minacce alle attività fondamentali dell’uomo e quindi alla vita «vera» e autentica in generale. Qui, nessuno degli autori su cui Hannah Arendt si basa o con i quali si confronta, da Aristotele a Heidegger, si imbatte nella sua critica quanto Marx.
La prima delle tre attività principali che costituiscono l’ambito della vita activa è, secondo la Arendt, il «lavoro», e già a questo riguardo si contrappone a Marx. Questi è il più conosciuto fra tutti quegli autori per i quali il lavoro è la forza creativa della vita umana, che ha emancipato l’uomo come creatura naturale dagli albori primitivi della sua esistenza e attraverso i progressi della sua produttività lo ha condotto alle vette della civiltà. Tutto questo, però, è avvenuto lungo una strada che ha incluso il lungo disprezzo per il lavoro fisico da parte delle classi dominanti e il suo degradamento nella società delle merci del capitalismo, ma che ha creato anche il presupposto per l’emancipazione e l’universalizzazione del lavoro in una società mondiale senza classi e senza Stato \.
La Arendt, per contro, pone in primo piano il carattere della fatica e della ripetizione costante, come hanno fatto la maggior parte degli antichi. L’attività del lavoro scaturisce, secondo lei, dal processo biologico del corpo umano e deve soddisfare incessantemente la sua necessità. Esso ha un «carattere distruttivo-logorante» e consiste non da ultimo nella «lotta mai terminata con i processi di crescita e di degrado della natura», cosicché è necessaria una resistenza che si ripete quotidianamente: il lavoro, appunto. \ La Arendt parla anche di «società di massa» e polemizza contro l’ideale di Bentham «della massima fortuna per il maggior numero», sostenendo che in questa società di consumatori e di massa regna un «malessere che rasenta l’acuta e violenta infelicità». \
Tuttavia, i pericoli tipici delle forme di società che corrispondono alle attività fondamentali della vita activa di per sé non esauriscono tutto il contenuto del libro. All’inizio e alla fine si occupa di un pericolo molto più profondo, di un pericolo «filosofico» dell’umanità in quanto tale e nel suo complesso. Già nell’introduzione Hannah Arendt solleva, sotto l’effetto del primo «volo spaziale» del 1957, la questione se questo sviluppo non si concluderà «in definitiva con l’emancipazione del genere umano dalla terra», che «è la madre di tutti i viventi». Gli scienziati che hanno reso possibile questo evento assolutamente senza precedenti nella storia vivono già in un mondo «senza parole», formato da formule astratte, e questa è in massimo grado una «alienazione dal mondo» che assume un duplice aspetto: «La fuga dalla terra nell’universo e la fuga dal mondo nell’autocoscienza», che riconosce soltanto più ciò che essa stessa ha creato e conosciuto. \
La diffusione della società moderna su tutto il globo terracqueo, la «diffusione dello sradicamento e della solitudine dell’uomo-massa e dei movimenti di massa in tutti i Paesi del mondo» è uno degli aspetti di questo processo. \ Proprio come Heidegger, la Arendt considera come pericolo ultimo non solo il fatto che la scienza è disposta ad annientare il genere umano attraverso intromissioni sempre più profonde nel dominio della natura, bensì il fatto che ci troviamo sulla strada migliore «per distruggere o ricreare ciò che ogni epoca prima di noi ha considerato come il mistero e la prerogativa più profonda e sacra della natura, il miracolo della vita, che da tempo immemorabile è considerata la prerogativa di un dio creatore, il risultato della “creazione” divina». \