Centocinquant'anni di italianità

Unità d'Italia/1. Il giornalista Antonello Capurso raccoglie le frasi celebri della storia d'Italia e narra un Paese poco propenso al cambiamento.

ROMA - «Se stiamo insieme ci sarà un perché», cantava Riccardo Cocciante vent'anni fa. E il titolo della sua canzone si attaglia bene alle celebrazioni dell'Unità d'Italia di questi giorni. C'è poco spazio, infatti, per la stucchevole retorica, l'occasione è piuttosto un pretesto per ragionare, riflettere, comprendere i motivi per i quali il Paese sia unito e quali siano le vere divisioni.
Un fatto, però, è incontestabile: l'Italia può esserci e può non esserci, ma gli italiani restano. E continuano ad abitare «politicamente» lo Stivale. Il giornalista Antonello Capurso ha raccolto in un volume tutte queste tracce politiche lasciate dagli italiani in questi centocinquanta anni («Le frasi celebri nella storia d'Italia», Mondadori, 416 pp., 9,50 euro). La scoperta più rilevante è forse quella più prevedibile: la velocità del cambiamento è stata molto, molto ridotta.
È difficile non trovare assonanze con la contemporaneità in alcune espressioni celeberrime come «guerra fratricida», pronunciata da Garibaldi a Torino nel 1861 per denunciare l'atteggiamento a suo dire irriguardoso di Cavour, del re Vittorio Emanuele II e del generale Cialdini nei confronti delle armate meridionali lasciate languire senza nessuna prospettiva. Insomma, fu proprio uno dei padri della patria a disapprovare i metodi con cui l'unificazione era stata portata avanti.
Per non parlare delle ansie moralizzatrici delle quali questo Paese è rimasto vittima. Cairoli, sconfitto negli accordi internazionali per la spartizione delle colonie mediterranee, nel 1878 si giustifica dicendo di aver attuato la «politica delle mani nette». L'onestà come pretesto per l'inazione. O l'utilizzo dell'espressione «questione morale» per incensare il senso di responsabilità giolittiano dinanzi allo scandalo della Banca Romana, il primo crack finanziario dell'Italia unita.
Qualcuno si meraviglierà scoprendo che il primo a parlare di «vento del Nord» fu il socialista Pietro Nenni nel 1945, mentre il primo abbozzo di «governo tecnico» fu auspicato da Vittorio Valletta, plenipotenziario Fiat, l'anno successivo. In centocinquant'anni, quindi, sono cambiati gli attori, si sono evolute le tecniche ma i problemi di fondo sono rimasti sostanzialmente inevasi e questo Capurso lo ricorda molto sommessamente ma con fermezza. L'unica «anomalia» in questo quadro è Silvio Berlusconi, un italiano sui generis. Un leader politico che parla di «libertà» quando nel 1994 tutto l'establishment cerca la conservazione dell'esistente e che quindici anni dopo, nel 2009 in piena crisi economica, promette che «nessuno sarà lasciato indietro» sorpassando la sinistra sul suo stesso terreno. Ma questa è un'altra storia ancora tutta da scrivere.