Le centrali nucleari, un futuro antico che raffigura l’utopia

Immagini tridimensionali che sembrano provenire da un passato remoto e soggetti che, invece, paiono tornare da un futuro tanto lontano da sconfinare nell’utopia. Archeologia e fantascienza, opportunamente rilette alla luce di un presente consapevolmente rassegnato, sono gli ingredienti della mostra «Immaginario nucleare» del fotografo Armin Linke, fino al 16 novembre alla Calcografia. Un viaggio nella storia e, soprattutto, nell’attualità della ricerca sull’energia atomica in Italia, interrottasi venti anni fa, dopo la tragedia di Chernobyl e il successivo referendum per la chiusura delle centrali nucleari italiane. Il percorso si snoda attraverso fotografie di strutture divenute veri e propri esempi di archeologia industriale. Per dare corpo all’illusione, Linke ha scelto l’inusuale tecnica stereoscopica anaglifica. Ossia, scatti tridimensionali da guardare con appositi occhiali, forniti all’ingresso in mostra. «Una tecnica che era di gran moda nell’Ottocento - spiega Linke - quando veniva usata per realizzare cartoline delle città e in particolare delle aree archeologiche romane. Rimanda, però, anche alle atmosfere della fantascienza anni Sessanta, nei tanti film che hanno colorato l’immaginario della gente, costruendo in scena un futuro che sembrava tangibile, a portata di mano. Volevo che le mie foto andassero oltre la funzione documentaria per diventare una quinta teatrale». Basta indossare gli occhiali e fissare le opere per entrare al loro interno e lasciarsi guidare dal movimento di linee piatte che improvvisamente diventano volumi. Obiettivo dell’artista è trasmettere all’osservatore un’iniziale sensazione di straniamento per invitarlo ad acuire sensi e coscienza, nel breve lasso di tempo in cui l’opera sotto i suoi occhi prende forma, diventando da arte, a suo modo, architettura del non-senso. «Ho impiegato un anno per realizzare questo studio - prosegue - e mi sono reso conto di quanto i luoghi che visitavo e fotografavo fossero complessi e ricchi di paradossi. Ho visto strutture realizzate negli anni Sessanta con un design anni Cinquanta, sulla base di un progetto degli anni Quaranta. Realtà mastodontiche, fuori scala umana, che sembravano voler anticipare il futuro, ma che, invece, già al momento della realizzazione, erano superate». Linke utilizza le strutture del nucleare come macchine spazio-temporali, mostrandole come «bolle di utopia», tracce di un futuro teoricamente in divenire che, in realtà, sembra sia già trascorso. Il percorso espositivo è completato da un video realizzato dall’artista con Renato Rinaldi tra interni ed esterni di realtà industriali, che usa i rumori del «lavoro» come colonna sonora. L’ingresso all’esposizione è libero.