Centro-sinistra basta un trattino e il banco salta

Federico Guiglia

Stavolta la questione sono le regole fra politica e affari, ma l’altra volta era il problema della leadership. E l’altra volta ancora era stato il tema delle alleanze. Fatto è che i corsi e ricorsi dell’Unione sempre lì vanno a finire, sugli scogli del mitico «trattino»: centro-trattino-sinistra, ovvero come separare ciò che si vuole unire, come far convivere da separati in casa il matrimonio che s’ha da fare ma che non si può fare. «Non si vince con una coalizione di sinistra-centro», ha rimesso il dito nella piaga Francesco Rutelli, leader della Margherita, non soltanto rispolverando il mai consunto trattino ma invertendo, perfino, le parti in causa. A costo di non vedere la realtà, perché l’alleanza che dovrebbe sorreggere l’invocato Partito democratico, è di sinistra-sinistra, essendo di gran lunga prevalente e determinante tutto ciò che si muove alla sinistra della Margherita. Se Rutelli voltasse la testa dalla parte opposta, troverebbe un solo alleato, Clemente Mastella da Ceppaloni. Tutti gli altri stanno proprio dalle parti in cui non dovrebbero stare, visto che il leader della Margherita ha pure osservato (su Europa) che «la storia dei sessant’anni di Repubblica ci insegna che la maggioranza degli italiani non ha mai votato a sinistra».
È il passato che non passa, l’eterna contraddizione di forze che dovrebbero collocarsi in modo rigorosamente antagonista fra loro - la sinistra di là e il centro di qua, come in tutti i principali Paesi d’Europa - e che solo in Italia tentano la sintesi improbabile; salvo poi fare la scena ricordandosi della tradizione («sessant'anni che la maggioranza degli italiani non vota a sinistra...»), non appena si sente aria di crisi coniugale. La solita scena, anzi, scenata che rivela il fondamento del patto, siglato più per convenienza elettorale che per convinzione politica.
Del resto, la stessa prospettiva, ancorché rovesciata, dovrebbe essere delineata nell’ambito progressista, che avrebbe il diritto-dovere non solo di seguire una sua autonoma strategia - come avviene in Germania, in Francia, in Gran Bretagna e in Spagna tanto per non fare paragoni -, ma che potrebbe a sua volta porre un interrogativo piuttosto pertinente: come può la Margherita pretendere di fiorire senza il vasto terreno di coltura della sinistra estrema, comunista, socialista, radicale, repubblicana, riformista e diessina tutt’intorno?
E ancora non siamo al momento del programma nel dettaglio, quando le parti che oggi si tengono il muso dovranno stabilire che cosa accettare l’una dell’altra. Perché delle due (di Rutelli) l’una: o l'Unione spera di vincere, e allora dovrà illustrare una politica non di sinistra, facendo sua la lezione politica dell’evocata storia d’Italia. Ma sarà possibile virare al centro, se la sua predominante ragione sociale è progressista? Oppure l’Unione punta a riformare la sinistra in Italia, a rimetterla nel gioco europeo, a renderla forza di governo senza se e senza ma. Tuttavia, in nome dell’obiettivo dovrà rinunciare proprio al condizionamento dell’ala radicale.
È plausibile, a tre mesi del voto, ridiscutere l’intesa rischiando il divorzio? È ipotizzabile che questa grande questione nazionale, quella d’avere una sinistra italiano-europea senza stampelle «movimentiste», venga colta in modo chiaro alla vigilia di un voto che potrebbe lasciarla all’opposizione per altri cinque anni? Le risposte sono scontate. E i contendenti continueranno così a ritenere che basterà ricorrere al trattino, magari allungandolo, per risolvere un problema che è politico e non toponomastico: dar luogo a una sinistra riformatrice che è alternativa al centro o non è.
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