Chatwin, l’eterno giramondo. Buon viaggio Bruce

Venti anni fa, il 18 gennaio 1989, moriva il grande scrittore e viaggiatore inglese. I suoi libri sono stati di culto per un’intera generazione. Ma non smettono mai di insegnarci come si &quot;allarga&quot; l’orizzonte <br />

Che ci faccio qui? E’ una buona domanda, e Bruce Chatwin – uno che raramente se ne stava fermo “qui” per più di un paio di giorni - se la faceva spesso. Se ne andato, morto di Aids, senza nemmeno aver compiuto i cinquanta, il 18 gennaio 1989: esattamente venti anni fa. E’ stato uno dei più grandi viaggiatori, e dei più grandi scrittori di viaggio, della sua epoca. E anche un po’ della nostra, visto che i suoi libri e i suoi “taccuini” vengono continuamente ristampati. E così le sue fotografie, come quelle della raccolta – appena rieditata dalla “sua” Adelphi - sotto il titolo “L’ occhio assoluto”: immagini “rubate” in Patagonia e in Mauritania, in Australia e in Afghanistan, nel Mali e in Nepal, spesso in luoghi indecifrabili o sconosciuti, dove Chatwin – stivali al collo, giacca a vento stropicciata sempre pronta, zaino, penna e i suoi inseparabili “cahiers” per gli appunti in tasca – era spinto dalla sua passione e dalla sua irrequietezza.

Viaggiare – spiegò una volta con la sua colta ironia british – è solo un modo di raccontare storie, e “... raccontare storie è l'unica occupazione concepibile per una persona superflua come me”. E infatti suoi libri, per nulla superflui anzi necessari, non sono affatto descrizioni di luoghi e genti ad uso “turistico” (per quello ci sono le guide del National Geographic…) ma un viaggio infarcito di storie: di uomini, di città, di paesi, di animali, di avventure, di sventure.

Figlio di un ufficiale inglese di marina- nacque a Sheffield, nello Yorkshire nel 1940 – trascorse adolescenza e giovinezza facendo sostanzialmente due cose, che poi continuò a fare per il resto della vita: spostarsi e leggere. Soprattutto atlanti. Iniziò a lavorare per la prestigiosa casa d'aste londinese Sotheby's, specializzandosi nella perizia delle opere d’arte, poi seguendo il consiglio del suo medico - smettere di osservare i quadri così da vicino, per non rovinare la vista, ma piuttosto rivolgere lo sguardo verso “l'orizzonte” – Chatwin iniziò a guardare da lontano. Molto lontano: Sudan, Marocco, Afghanistan, Patagonia (sulla quale nel 1978 scrive un libro-culto), Himalaya, Australia... E poi molto vicino: Nizza, sud della Francia, dove passò gli ultimi mesi della sua vita, su una sedia a rotelle, e dove morì, nel 1989.

Diventato, nell’Italia fra gli ultimi anni Settanta e i primi anni Ottanta, «la nuova bandiera antiborghese per i ragazzi della destra», in realtà Chatwin – ultimo di una lunga serie di “irregolari del pensiero” del secondo Novecento – non può essere classificato politicamente, né stretto dentro le categorie del “culturalmente” corretto (e alla faccia di chi lo considera un “dandy” col taccuino) . Non aveva casa, non ne ha mai cercate. Né fisiche né ideologiche. Era uno molto semplice, uno che scrisse: “Viaggiamo perché non possiamo passare troppo tempo nelle nostre camerette d’appartamento, nelle quali viviamo solo grazie al riscaldamento d’inverno e all’aria condizionata d’estate”. E dalle quali lui scappò sempre.