Che assurdità vietare la messa in latino

Caro Granzotto, le scrivo per sapere se riesce a spiegarmi questo paradosso: è possibile che tre preti cattolici che celebrano la Santa Messa vengano messi in punizione dal loro vescovo? In realtà, una spiegazione posso azzardarla anch’io: la Santa Messa è quella tridentina, quella in latino, per capirci; inoltre, le loro chiese sono sempre piene, o meglio erano sempre piene sino a quando don Alberto Secci, don Marco Pizzocchi e don Stefano Coggiola, tre sacerdoti della diocesi di Novara, hanno ricevuto dal loro vescovo, monsignor Renato Corti, l’ordine di smetterla. Proprio così: basta con questa Messa. E non fa niente se noi fedeli siamo contenti, se nelle parrocchie affidate a questi tre bravi preti (tra cui Santa Maria Maggiore, Garbagna, Crevoladossola) i fedeli si siano mobilitati in loro favore. Non fa niente perché questa Santa Messa, che ha nutrito per secoli tanti santi, fa scandalo. Eppure, dottor Granzotto, dovrebbe vedere quanto fervore tra noi fedeli. Ma il bene delle nostre anime pare che interessi poco ai nostri pastori o comunque meno dell’ideologia postconciliare, l’unica ideologia rivoluzionaria sopravvissuta al crollo dei vari muri. Il problema è che, tra poco, potremmo perdere i nostri bravi sacerdoti perché il vescovo a breve prenderà una decisione. Secondo lei, la stampa può fare qualcosa?


Non con ostinate capetoste come monsignor Corti, caro Gabrieli. Il quale si appella «alla corretta interpretazione del Motu proprio di Benedetto XVI», per aggrapparsi poi ad una particella del lungo e articolato documento («La celebrazione secondo il Messale del Beato Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere», recita il secondo comma dell’articolo 5. Quell’«una» è numero cardinale, articolo indeterminativo, pronome indefinito?) e dimenticandone il contesto generale. E cioè che il Motu proprio ha innanzi tutto lo scopo di riconciliare, di «fare tutti gli sforzi affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente», come scrive Papa Ratzinger nella lettera di accompagnamento al Motu proprio. E cioè che «evitando la discordia e favorendo l’unità della Chiesa» è opportuno (articolo 5, primo comma) che si «accolgano volentieri le richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962». E cioè che se il gruppo di fedeli «non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste» il Vescovo «è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio». E cioè che «dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell’amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell’Unzione degli infermi, se questo consiglia il bene delle anime» (articolo 9, paragrafo primo).
Il bene delle anime, che insieme alla ricerca della riconciliazione nell’unità della Chiesa è l’insegnamento del Summorum Pontificum. Se al Vescovo di Novara ciò è sfuggito e se per stizzita reazione invece di «accogliere volentieri» le richieste dei fedeli non solo vieta la celebrazione della Messa in latino ma prefigura sanzioni nei confronti dei sacerdoti che intendono seguitare a celebrarla, viene a mancare quel che oggi si porta in palmo di mano, viene a mancare il «dialogo», caro Gabrieli. Si tornerà, grazie all’opera pastorale dei monsignor Corti, alle catacombe?