Che bella la morte nera per le strade di Milano

A Manzoni, nato in Italia, dev’essere venuto naturale trovare lo stesso tipo di materiale \ fra gli archivi degli staterelli italiani, ormai cancellati dalla carta geografica d’Europa. È ovvio che i conflitti fra piccoli stati, benché sul piano politico siano meno interessanti di quelli fra grandi nazioni, offrono maggiori opportunità per l’espressione dei caratteri individuali e per l’esercizio di quelle passioni che danno alla narrativa il più grande interesse. Ma cosa sappiamo degli uomini grandi e buoni che hanno recitato nobilmente la loro parte in queste scene, visto che il teatro delle loro imprese è sepolto e schiacciato sotto i detriti delle rivoluzioni? È davvero un compito pio e lodevole estrarli da sotto le rovine e permettere al mondo di soffermarsi a contemplare le loro virtù. \
Tutti abbiamo familiarità con le guerre civili inglesi; i nostri cuori sono avvampati e le nostre lacrime sono scorse, contemplando le virtù e le sofferenze di chi ha recitato su quelle scene; eppure, se dobbiamo dare credito alle tradizioni incluse in questo libro \, una storia moderna delle repubbliche italiane rivelerebbe personaggi ancora più degni della nostra ammirazione e simpatia. Il cardinale Borromeo è un personaggio storico. È evidente che lo scrittore intende dipingerlo come tale; e sarebbe vano rovistare gli annali dell’umanità alla ricerca di un esempio più glorioso di purezza, di entusiasmo, di ispirazione nata dalla virtù.
Possiamo anche sospettare che un certo desiderio di onorare la chiesa cattolica si sia mescolato alla ricca tavolozza dei colori di questo quadro. Ma Manzoni, come Lutero, era ben consapevole degli abusi della chiesa. E in un episodio, che troviamo a pagina 58, ce ne rivela alcuni della cui natura non eravamo finora a conoscenza. Sapevamo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non eravamo certi di sapere in cosa consistesse. L’autore ha svelato il mistero. Ha sollevato un sipario dietro il quale non ci era mai stato permesso di guardare. Avevamo dei sospetti, e avevamo letto i sospetti di altri; ma ci mancava una precisa cognizione.
La coercizione morale, più crudele ancora della tortura fisica, con la quale viene costretta al monastero una povera ragazza vittima dell’orgoglio spietato dei suoi genitori, senza un ordine esplicito, perfino senza persuasione (perché a quanto pare entrambi sono proibiti), solo perché suo fratello possa così disporre di mezzi più cospicui per farsi carico dei propri onori ereditari; un fatto simile era una cosa imperscrutabile e inconcepibile per noi. Leggendo opere come La monaca di Sherwood, sentiamo di avere a che fare con semplici congetture. Davanti alla scena raccontata in questo libro, sappiamo che deve trattarsi di vita reale. E saremmo felici di saperne arricchire le pagine che noi stessi scriviamo. Probabilmente la lettura di questo episodio sarebbe più interessante di qualsiasi cosa noi possiamo dire al riguardo; ma ormai esso è già offerto al pubblico, e non abbiamo il diritto di pagare il nostro debito ai lettori dando loro ciò che è già di loro dominio. Ci limiteremo a chiedere indulgenza se ci sentiamo di offrire un breve estratto, che valga da esempio della potenza espressiva dello scrittore. È il quadro di alcuni orrori dell’epidemia che infuriò a Milano nel 1628. Può servire a dimostrarci che la pestilenza che di recente ci ha afflitti è stata, in confronto, un angelo di misericordia. \
«Scendeva dalla soglia d’un di quegli usci, e veniva in verso il convoglio una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata, e offuscata, ma non guasta, da una gran pena e da un languor mortale; quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. L’andar suo era faticoso ma non cascante; gli occhi non davano lagrime, ma portavan segno di averne tante versate; v’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che indicava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. \ Tenevasi ella in fra le braccia una fanciulletta di forse nove anni, morta; ma composta, acconcia, con le chiome divise in su la fronte, in una veste bianca, mondissima, come se quelle mani l’avessero ornata per una festa promessa da tanto tempo, e conceduta in premio. \
«Il monatto si recò la destra al petto; indi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più pel nuovo sentimento, ond’era quasi soggiogato, che per la insperata mercede, s’affaccendò a far sul carro un po’ di piazza alla picciola morta. La donna, dato a questa un bacio in fronte, la collocò ivi, come sur un letto, ve la compose, vi stese sopra un pannolino candido, e disse le ultime parole: “addio, Cecilia! Riposa in pace! Sta sera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri”. Poi, rivolta di nuovo al monatto: “voi”, disse, “ripassando di qui in sul vespro, salirete a prender me pure, e non me sola”. \».
In tutto questo c’è una potenza di scrittura a cui non esitiamo a dare gran lode. Spiace dire che la traduzione ha molte pecche. Ce ne rammarichiamo tanto più, in quanto sono evidentemente pecche dovute alla fretta. Il traduttore, temiamo, aveva fame; una disgrazia con la quale abbiamo imparato a simpatizzare. In larga parte lo stile è italiano, con parole inglesi ma pur sempre italiano. Questo è un difetto grave. In certi casi sarebbe imperdonabile. In questo caso, forse è più che compensato dal vantaggio che porta con sé. A un’opera come questa, che abbonda di frasi intraducibili tratte dal parlato, esso conferisce una pittoresca vivacità che non è inaccettabile. Ma non solo. Simili traduzioni di simili opere potrebbero rendere ben presto familiari all’inglese gli idiomi italiani, che, una volta naturalizzati, arricchirebbero il nostro linguaggio. Analogamente è già stato arricchito in modo incalcolabile dalla poesia di Burns e dai romanzi di Scott. Una familiarità con Shakespeare (che non è certo l’inglese che si parla oggi) protegge tutto un deposito di ricchezza che diversamente andrebbe perduta.
La forza di una lingua sta nel numero e nella varietà delle sue espressioni idiomatiche. Ci sono forme espressive che l’uso ha reso familiari, liberandole dalle restrizioni mutilanti della grammatica regolare. Esse consentono a chi parla di essere conciso senza essere oscuro. In questa forma ellittica, i significati che il parlante vuole esprimere vengono compresi in modo distinto e preciso. Qualora un’altra opera di Manzoni finisca nelle mani di Featherstonhaugh, ci auguriamo che il traduttore abbia il tempo per correggere le imprecisioni alle quali sarà indubbiamente sensibile; ma confidiamo che egli non conterà nel novero degli errori questa eco degli idiomi popolari italiani. \