Che brutta storia, tutta false verità e vere menzogne

Melograni smaschera dieci bugie tramandate dagli storici. La più grossa? Che il corso degli eventi si ripeta e serva a prevedere il futuro

Inevitabile ricordare la frase del grande Gino Bartali: «È tutto sbagliato, è tutto da rifare». Frase parzialmente (e scandalosamente) veritiera se applicata alla storia, anzi, agli storici visto che la Storia con la esse maiuscola non può cambiare se non per volere divino). Su questa verità esce un agilissimo libro di Piero Melograni intitolato, appunto Le bugie della storia (Mondadori, pagg. 122, euro 15).
Si credevano vere certe cose a tal punto che sono diventate quasi un modo di dire. Per esempio l’assioma di Gian Battista Vico sui corsi e ricordi della storia, ossia il ripetersi degli stessi avvenimenti: sono frottole, dati alla mano. Melograni scava e fa emergere realtà opposte.
Prendiamo per esempio la belle époque, il periodo di pace che va dal 1871 al 1914, allorquando l’Europa dettava legge al mondo, anche territorialmente visto che controllava l’84 per cento delle terre emerse. La verità è che le condizioni di vita degli europei erano di gran lunga peggiori rispetto al periodo successivo alla prima guerra mondiale. A cominciare dalla durata della vita. Nell’anno 1900 la mortalità infantile (riferita al primo anno di vita dei bambini) toccava il 25 per cento in Germania e Austria, il 17 in Italia, Francia e Inghilterra. Nel nostro paese un bambino su quattro moriva prima di arrivare all’età scolastica.
Le condizioni igieniche erano spaventose, a cominciare dalle strade impastate di terra e di sterco fino alle abitazioni prive di impianti igienici. Vita dura per i malati: in Italia le vere e proprie camere operatorie compaiono solo verso la fine dell’Ottocento. La prima scuola odontoiatrica nacque da noi nel 1904: gli sdentati rimanevano tali, non esistendo capsule e protesi, e i dentisti erano cavadenti senza perizia. La promiscuità era un incubo familiare, con ciò che ne consegue in termini di abusi e incesti. Nel quartiere Testaccio di Roma in una stanza vivevano cinque persone, e c’è chi ha descritto l’orrore dei bambini forzati ad assistere - parole del sociologo Alfredo Niceforo - «ad amplessi nel fetore delle biancherie lacere... corpi puzzolenti che s’abbracciano nell’immondezza». Da aggiungere: volti deturpati da vaiolo o pustole (ecco l’utilità delle velette per signore), abuso di alcolici, analfabetismo (nel 1895 in Italia gli studenti universitari erano circa 20 mila). La belle époque era bella solo per pochi ricchi.
In condizioni miserrimo visse anche Karl Marx con la moglie Jenny (e sei figli, molti dei quali morirono prematuramente e due si suicidarono). Il padre del comunismo, oberato dai debiti ma ossequioso al decoro borghese per cui coi figli negava ogni evidenza, ebbe un po’ di respiro con il vitalizio offertogli dal ricco industriale Engels. A Londra i Marx vissero presso un merciaio ebreo di Soho. Mai ebbe un lavoro remunerato, mai visitò una fabbrica colui che raccontò la fatica degli operai e teorizzò la fine del capitalismo con l’avvento delle macchine (la smentita è nei fatti). Marx, carattere difficile, aveva sprazzi di cordialità. Ironizzò su se stesso dicendo che mai un autore si era occupato tanto di denaro avendone così poco.
E a proposito di macchine e innovazione tecnologica, Piero Melograni sfata un’altra falsa verità, ossia che l’egualitarismo produce felicità sociale: «Al fine di promuovere il benessere delle masse non serve molto il redistribuire i redditi». Anzi. È stato proprio il segretario comunista cinese Jiang Zemin a dire nel 1992: «L’eguaglianza nella povertà non è socialismo. E la prosperità simultanea per tutti è impossibile. Dobbiamo quindi incoraggiare individui e regioni ad arricchirsi per primi, così che poi la loro ricchezza possa diffondersi». Detto e fatto. Essenziale è avere strumenti adatti a produrre bene, se no, come ricorda l’economista Vilfredo Pareto, accade che il bracciante dell’epoca di Cicerone e il bracciante siciliano del 1891 dovessero lavorare più o meno lo stesso numero di ore per acquistare un ettolitro di grano.
Insomma, nulla cambiò per 2000 anni. Poi vennero i trattori, le motozappe, i concimi chimici ecc.
Secondo Melograni, Hitler non aveva assolutamente «progettato» la seconda guerra mondiale, ben sapendo di non avere forze armate sufficienti. La convinzione che il Führer volesse infiammare il mondo intero sin dal 1937, spiega lo storico, deriva dal famoso «memorandum Hossbach» (frutto di una riunione tra alti papaveri nazisti) di cui si parlò al processo di Norimberga. Ma una lettura attenta del documento fa capire che Hitler «parlava di espansione e di spazio vitale, ma riteneva di poter conseguire questi obiettivi senza una grande guerra». Un giorno il maresciallo Goering disse al capo del terzo Reich di smetterla «con questo va banque» ( giocarsi tutto su una carta). E lui rispose che quello era il suo metodo. Secondo alcuni specialisti la Luftwaffe contava di poter attendere con calma il 1942, la marina addirittura il 1943.
E a proposito di dittature, è falso anche dire che Lenin volesse diffondere il comunismo al mondo intero. Melograni, a proposito del padre dei soviet, sottolinea una prima bugia: raggiunse Pietrogrado, nell’aprile 1917, su una confortevolissima carrozza ferroviaria e non su un vagone piombato. Il Kaiser aveva tutto l’interesse a spedire sano e salvo un mestatore nel paese che stava combattendo. Nel marzo del 1918 Lenin, al VII congresso del suo partito, disse chiaro e tondo: «Noi vedremo la rivoluzione mondiale, ma per ora è solo una magnifica favola... comprendo benissimo che ai bambini piacciono le favole, ma mi domando: è dato a un serio rivoluzionario credere nelle favole?». In un’altra occasione dichiarò: «Abbiamo conquistato la possibilità di costruire liberamente il socialismo nel nostro paese». Volerlo estendere cozzava, tra l’altro, con delicati equilibri diplomatici.
Certo ci fu un organo preposto allo scopo, il Comintern, ma si deve anche ricordare che 30 dei 34 delegati erano comunisti di origine straniera residenti in Russia. L’unico vero straniero era il tedesco Hugo Eberlein, contrario alla fondazione dello stesso Comintern in base alle istruzioni ricevute da Rosa Luxemburg. La quale fu uccisa a Berlino nel 1919: era socialista e non comunista, come troppo spesso si dice e scrive.