Che cosa legge l’America di Obama? Le memorie di Bush

D ietro i nomi che dominano le classifiche dei libri negli stati Uniti - cioè dietro agli stessi scrittori che guidano anche le nostre classifiche (Cornwell, Grisham, Patterson, King, Larsson) che cosa leggono gli americani e che cosa li rappresenta di più?
Oltre ai bestselleristi globalizzati, Stieg Larsson è nella top ten con la sua Trilogia da un anno, anche il popolo americano in apparenza sembra «cotto e mangiato». Tra i libri più venduti dominano ovunque i consigli culinari di conduttrici televisive, chef e artisti improvvisati o meno della cucina. Tanto che persino il rigoroso New Yorker ha dedicato il numero di novembre interamente a cibo e letteratura. Dalla copertina agli approfondimenti, dalle pubblicità agli inediti (firmati da grandi come Doctorow, Colm Tòibìn e Aleksandar Hemon) tutto il mensile racconta l’American way of food.
Tra cibo e crime fiction, proprio negli Stati Uniti di Obama, paradossalmente, il libro più venduto è comunque l’autobiografia di George W. Bush Decision Points, che l’ex presidente ha iniziato a scrivere durante l’ultimo anno del suo mandato, come precisa nell’introduzione, e che ha deciso di pubblicare soltanto adesso. Ma basta scendere sotto il decimo posto, per trovare autori che presentano un’America diversa, a volta inquieta, a volte lacerata, a volte con un desiderio di evasione che si realizza in vari modi: dalla nostalgia del remake (o della ristampa), alla letteratura per bambini, dal fantasy al surrealismo. C’è molta America minimale, anzi l’america, quella con la a minuscola - quella a volte perdente e a volte trionfante delle piccole storie di emarginazione, delle coppie scoppiate, degli inferni domestici. Quest’america rivive soprattutto in Jonathan Franzen, l’autore che più di tutti oggi mette d'accordo critica e pubblico. Il suo Freedom continua ad andare alla grande, anche se in realtà non è altro che la riproposizione in chiave moderna dell’età dell’inquietudine di Richard Yates (in uscita a fine gennaio per minimum fax i racconti inediti Bugiardi e innamorati), di Bernard Malamud e John Cheever, autori che anche dai stanno vivendo un’autentica (ri)scoperta. Freedom è il libro che quest’estate Obama aveva con sé in spiaggia. Anzi, in realtà, ne aveva due: l’altro era Tinkers di Paul Harding (uscirà a breve anche in Italia per Neri Pozza). È una «novella»: un racconto lungo che ha spopolato nelle classifiche americane, riesumando un «formato» letterario che forse è il più adatto a descrivere la nuova realtà americana. Rifiutato da quasi tutte le più importanti casi editrici americane è stato poi pubblicato da una minuscola casa editrice specializzata in testi medici e, da lì, è finito a vincere il Pulitzer. Tinkers racconta della morte, del tempo che passa, della malattia, della solitudine: ispirato da Emerson e Thoureau, non offre argomenti da classifica, anche perché la voce narrante è quella di un moribondo. Altra scrittrice di storie particolari è Emma Donoghue: anche lei sceglie una vicenda «privata», come quelle di Harding e di Franzen: il suo Room (da noi quasi ignorata e da poco edita per Mondadori con il titolo Stanza, letto, armadio, specchio) è la vicenda (vera) di un bambino che viene tenuto chiuso in una stanza dalla madre e non conosce mai la realtà.
L’America di Obama, introspettiva e chiusa in se stessa, a volte sceglie la fantasia per evadere: è il caso del bellissimo La verità a proposito di Celia di Kevin Brockmeier (in Italia per Terre di Mezzo), autore inserito dalla autorevole rivista Granta fra i migliori giovani emergenti. Un padre scrittore di fantasy perde la figlia e immagina, e scrive, per lei tanti futuri diversi. Storie di dolore, o marginali, sono anche quelle di Judy Budnitz (L’odore afrodisiaco del cloro, Alet), che ci svela un’America indifferente, e di Christopher Coake (Siamo nei guai, Guanda) che ci racconta di un uomo che diventa improvvisamente tutore legale di un bambino che ha perso i genitori. Il racconto di storie comuni è anche l’arte praticata da autori che oggi ormai sono classici viventi, come Mary Gordon, Tobias Wolff, o emergenti come Charles D’Ambrosio e Edward Schwartzchild.
C’è anche chi racconta la nuova America intellettuale - come Jonathan Safran Foer e Nicole Krauss (moglie di Foer). C’è lo sguardo democraticissimo di Scott Turow (che ha sostenuto il presidente degli Stati Uniti fin dal suo esordio politico) e quello conservatore di Stephen Carter e Tom Wolfe (ma conservatori, spesso, sono anche gli attuali lettori di Saul Bellow). L’integrazione è un argomento di punta fra i nuovi lettori dell'America di Obama; se un tempo avevamo gli ebreo-americani, oggi abbiamo i peruviani newyorchesi di Daniel Alarcon (Guerra a lume di candela, Terre di Mezzo) con le loro faide.
Tra i generi americani resiste il racconto di guerra; e se solo pochi anni fa è uscito un capolavoro come Albero di fumo di Denis Johnson (edito da Mondadori), la voce nuova più interessante nel genere è quella dell’ex-marine Gabe Hudson, che nel suo Caro Signor Presidente (Garzanti) ci racconta gli effetti sui soldati della Guerra del Golfo. Ci sono molti altri nomi come Siri Hustvedt, Tom Rachman, David Mitchell, John Wray, Colson Whitehead, ZZ Packer: scrittori che sono riusciti a conquistare, dopo la critica, anche i lettori. Ma, a volte, succede il contrario. A volte, in questa nuova America, ci sono autori che dopo aver fatto innamorare milioni di lettori, riescono a conquistare anche i critici più severi. È il caso di Dennis Lehane, sempre meno inquadrato nel magma degli autori di genere. E c’è Anne Tyler, grandiosa scrittrice popolare. Mentre il postmodernismo appare in calo (c’è Richard Powers, ma non si nota nulla di nuovo nelle classifiche americane, anche David Foster Wallace è sparito), con l'eccezione di autori eclettici come Michael Chabon, Jonathan Lethem e il nume Don De Lillo.
Che cos’altro c’è in classifica? Ci sono naturalmente i vecchi scrittori, quelli che leggevamo da bambini e che oggi sembrano più moderni che mai. E quindi c'è l’America nera (e che profetizza Obama) di Zora Neale Hurston, di Ernest Gaines, di Ralph Ellison, di Langston Hughes. L’America che celebra la nuova edizione de Il buio oltre la siepe o che lo riscrive, come nel caso di In fondo alla palude di Joe Lansdale (Fanucci). L’America che ristampa Il meraviglioso mondo di Oz o che vede scalare le classifiche uno che non è proprio l’ultimo arrivato: Mark Twain di cui è uscito il primo volume dell’autobiografia (rimasta inedita per più di cento anni) e che sta viaggiando come una mina impazzita nelle classifiche dei nuovi libri americani. Come a dire: vecchia o nuova, conta la storia - e l’arte, tipicamente americana, di saperla trovare.