"Che guaio produrre armi in questi anni di guerra"

È una della maggiori aziende del mondo: "È nei periodi di pace che il mercato galoppa. In Italia troppi tagli alla difesa. Non si può portare la democrazia se non si è equipaggiati"

Franco Gussalli Beretta appartiene a una delle dinastie industriali più antiche al mondo, secondo alcuni studiosi, la più antica in assoluto. Una cosa è certa, la Fabbrica d'Armi Pietro Beretta, di cui è Presidente e Ad, è la prima - nel suo genere - ad essere apparsa sulla faccia della terra. Correva l'anno 1526 quando Mastro Bartolomeo Beretta da Gardone Val Trompia, dove tutt'ora ha sede l'azienda, consegnava 185 canne d'archibugio all'arsenale di Venezia. In mezzo millennio, il marchio ha conosciuto un crescendo continuo fino all'exploit degli ultimi decenni che ha visto Beretta diventare l'arma ufficiale di tante Forze armate, dall'italiana fino alla statunitense. Ora è una controllata di Beretta Holding S.p.A., che a sua volta conta trenta aziende in tutto il mondo ed è oggi il più importante gruppo produttivo di armi portatili, in termini di fatturato (650 milioni di euro), addetti (3000), quantità e tipologia d'armi prodotte e di investimenti (40 milioni di euro). Il 15 aprile si aggiungerà un altro pezzo. Beretta apre uno stabilimento nel Tennessee: gli Usa sono il mercato principale dell'azienda per il comparto armiero. Franco, assieme al fratello maggiore Pietro (Presidente e Ad della Holding), rappresenta la quindicesima generazione. La precedente ha brillato con il padre Ugo che ha passato le consegne l'anno scorso, a 78 anni.

Gioie e dolori, benefici e pesi dell'appartenere a una famiglia imprenditoriale storica.

«A partire da mio padre, per arrivare a zii e prozii, nessuno ha mai forzato nulla. Papà insistette solo su due cose: che studiassi e che facessi il servizio militare. Se avessi voluto percorrere altre strade professionali, avrei potuto».

Invece è rimasto.

«Siamo in tanti a rimanere in Beretta. Non mancano casi di dipendenti che lavorano qui da quattro o addirittura cinque generazioni. Sono proprio le persone che da noi fanno la differenza».

Valligiani notoriamente tenaci e operosi

«Ma ancora prima, con competenze speciali che spesso passano di padre in figlio. Il successo del marchio si deve alla qualità delle persone, al rapporto che si è andato consolidando. Noi siamo la proprietà, è vero, ma sentiamo che la forza viene dal basso. Per dire. Le visite al nostro museo sono condotte dai dipendenti in pensione: chi meglio di loro conosce la fabbrica?».

Tra le sfide vinte?

«All'inzio della mia attività, mio zio mi accompagnò nel reparto dei fucili di lusso, quelli fatti a mano. Mi spiegava, rammaricato, che quel settore non sarebbe sopravvissuto al pensionamento dei dipendenti. Mi diceva che i giovani, i miei coetanei, non avrebbero mai proseguito questa attività artigianale».

Invece?

«Ero troppo colpito dalla bellezza di quelle opere d'arte. Con papà insistetti che quel reparto sopravvivesse, e che i giovani venissero affiancati a persone con esperienza. La sfida è stata vinta. Quel reparto c'è ancora».

Quanto valgono i vostri prodotti da collezione?

«Si parte dai 50mila euro circa. Il fucile pensato per i 70 anni di papà, per esempio, ha un valore di un milione. Hanno incisioni speciali, involucri peculiari capolavori».

Cinque secoli in Val Trompia, ma Beretta è attiva e produce anche negli Usa. Come si lavora Oltreoceano?

«È difficile trovare la nostra esperienza manifatturiera in giro nel mondo. Il punto forte dell'Italia, infatti, è proprio questo: noi sappiamo ancora produrre. Per il nuovo stabilimento nel Tennessee, nostri collaboratori andranno là ad insegnare determinate competenze».

A quanti dipendenti?

«Partiamo con 100 dipendenti ma l'obiettivo è quello di arrivare a quota 300».

Perché il Tennessee?

«Perché rispetto ad altre aree americane, lì si trovano ancora persone con una certa preparazione tecnica. Noi possiamo istruirli, affinarli, ma deve esserci una solida base».

Cosa insegnerete anzitutto?

«Cosa vuol dire manifattura. Non è poi così chiaro che manodopera non equivale al semplice l'assemblaggio. Spieghiamo che per arrivare al prodotto finale noi partiamo dal ferro puro, in mezzo ci sono tante fasi: tutte importanti, nessuna da trascurare».

E comunque gli Usa sono l'eden degli imprenditori

«Gli americani sono pragmatici, creano progetti a medio e lungo termine, con programmi e strategie chiare. Sia per i governi di destra che di sinistra, c'è un obiettivo chiaro: il futuro del Paese».

Come commenta le restrizioni in materia di armi poste dal presidente Obama?

«Obama esprime un parere politico. La legislazione negli Stati Uniti è gestita dai singoli Stati che agiscono in piena autonomia: alcuni si sono dati norme molto restrittive, altri meno».

Pare che anche in Italia ora sia possibile procurarsi armi con una facilità texana. Che dire della giustizia fai da te e delle polemiche che ha scatenato ?

«Come imprenditore di una multinazionale, posso dire che in Italia esiste un insieme normativo completo e complesso, che garantisce elevati standard di sicurezza per tutti».

Mesi fa, il Pentagono ha annunciato l'ipotesi di ritirare la vostra pistola storica M9, in uso da 30 anni, per sostituirla con una più moderna. Poi come è andata a finire?

«Non è finita, è in progress. Abbiamo vinto l'ultima gara d'appalto due anni fa, quindi consegneremo fino al 2017. Le gare sono periodiche, le abbiamo fatte regolarmente e ne abbiamo vinte tante negli ultimi 30 anni. In febbraio abbiamo consegnato campioni di armi con specifiche diverse, concorreremo con altri 15 marchi».

Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha bacchettato l'Italia perché siamo la nazione Nato che più di tutte ha tagliato il bilancio della Difesa (-12,4%).

«Non rimane che prenderne atto. Troppi tagli sono stati fatti. L'apparato di difesa di uno Stato è importante sotto tanti punti di vista. Anzitutto per le operazioni internazionali orientate a divulgare il concetto di democrazia. Se non sei equipaggiato come fai ad andare in aiuto? E poi sappiamo che la difesa ha esigenze così complesse e sofisticate che anticipa sempre i tempi. La difesa sprona la ricerca. Spesso le novità tecnologiche vengono incubate lì».

Beretta vuol dire difesa ma anche sport. In che misura incidono queste due voci sul vostro bilancio?

«Con annate buone, la difesa non va oltre il 20%. La costanza del mercato deriva dal civile, dunque caccia e tiro».

L'Italia quanto incide?

Al momento, almeno nel campo difesa, è pari allo 0%. Vi sono stati anni in cui era al 3%. Ma sono ottimista».

Dati i tempi foschi?

«Per la verità non è durante le fasi di conflitto che noi lavoriamo».

Quindi non è detto che i 213 milioni di euro di ricavi (la Beretta Holding fattura complessivi 650ml) dell'anno scorso vengano confermati?

«Rispetto all'anno scorso, Fabbrica d'Armi ha avuto una flessione del 15%. Nei momenti di forti tensioni, il mercato si ferma. Quanto alla difesa, noi siamo più produttivi nei momenti di pace, quando i dipartimenti hanno il tempo di appurare di cosa hanno bisogno. Durante le guerre, i Paesi in Guerra non possono essere forniti».

Quanto investite in Ricerca & Sviluppo?

«Il 5% del fatturato. Non poco come vede».

Siete gli artefici del progetto di Christo sul lago d'Iseo.

«Abbiamo solo raccolto un suo desiderio».

Oltre all'interesse per l'arte c'è anche quello per il vino.

« Avevamo terreni del nonno, stava iniziando la bella avventura in Franciacorta, così abbiamo pensato alla nostra prima etichetta, Lo Sparviere. Poi il papà ha voluto diversificare pensando anche ad altre aree, quindi è iniziata l'avventura nel Chianti, Langhe e Abruzzo».

Lei è appassionato di barche e di aerei. Trova ancora il tempo per dedicarvisi?

«Passioni vivissime, ma non le coltivo più come vorrei. Però sì, ho il brevetto di pilota, volo e solco i mari. Con gli anni ho scoperto che se non vai sott'acqua e non voli non puoi dire di aver visto il mondo anche se hai viaggiato tutta la tua vita».