Che spreco le quote di Bruxelles Buttato in mare metà del pesce

L’appello di un famoso chef: "Ogni giorno costretti a gettare centinaia
di tonnellate per rispettare le norme europee". Raccolte già 24mila
firme

Mentre in Italia infuriano le polemiche (giustificate) contro la caccia, a livello europeo si è alzato il sipario su uno spettacolo sconcertante, per non scrivere drammatico che riguarda i pesci e la pesca, argomenti che commuovono meno, ma sicuramente ancora più importanti rispetto alle liti su cinghiali, lepri e caprioli. «La follia della pesca nei mari del Nord» titolava ieri, in prima pagina, l'Indipendent britannico. I pescatori dei mari nordici gettano a mare più della metà del pesce che pescano ogni anno. Su questo misconosciuto e drammatico scenario sta cercando di attirare l’attenzione dei governi europei un famoso cuoco, Hugh Fearnley-Whittingstal che ha lanciato una campagna per sollevare il problema del pesce morto gettato fuori bordo dalle flotte di pescherecci europei. Centinaia di tonnellate di pesce, più della metà di quello che tocca terra sulle navi mercantili, viene rigettato tra i flutti oceanici per non infrangere il totale della quota prefissata di pescato da parte dei responsabili governativi della UE. Uno spreco simile non può trovare scusante. I pescatori rigettano il pescato perché fuori misura (troppo piccolo) o perché di specie non commerciabili o ancora perché hanno già raggiunto la quota loro spettante per farlo giungere a terra e venderlo. Questo sistema delle quote, stabilite solo in base ad accordi commerciali e senza alcun intervento degli organi scientifici, sta diventando devastante. L’appello dello chef, affinché questa pratica abbia fine, ha raggiunto, in appena due giorni, le coscienze di 24.000 cittadini che hanno firmato la sua campagna indirizzata a Maria Damanaki, commissario europeo per la pesca. Hughs si propone di raccogliere centinaia di migliaia di firme che abbiano il potere di fare riflettere i ministri europei, una volta che saranno seduti a discutere di un sistema, quello delle quote, che, per il famoso chef, è alla base di questo vergognoso spreco di cibo. A supportare le ipotesi del vulcanico cuoco c’è anche la scienza ufficiale, nella persona di Roberts Callum, autorità riconosciuta dell’Università di York nel campo della pesca commerciale, il quale, a proposito dei quantitativi di pesce morto gettato in acqua, è ancora più pessimista di Hughs. «Probabilmente -afferma Callum- è molto più della metà di tutto il pescato». La situazione che ha maggiori e reali verifiche è quella del merluzzo. I morti gettati tra le onde raggiungono il 60% del pescato nei mari del Nord e fino al 90% dei soggetti di età inferiore a un anno. Un vero e proprio scempio di fronte a intere popolazioni che muoiono letteralmente di fame. Ci sono paesi che cominciano ad accorgersi di questo fenomeno e stanno cercando di correre ai ripari, permettendo una pesca maggiormente selettiva o concedendo benefit commerciali ai pescatori, come sta facendo la Danimarca. Il «rigetto a mare» che, assieme agli sconvolgimenti climatici, è uno dei segni tangibili del nostro dispregio nei confronti della vita marina e di quella umana ci porterà presto a raggiungere acque dell’oceano completamente sterili.