Ma chi l’ha detto che l’unità d’Italia fu anticattolica?

«Parte della storiografia moderna, soprattutto quella di matrice laicista, spesso dimentica, o tende a misconoscere, che il Risorgimento, inteso come movimento di idee, è nato e cresciuto all’interno del pensiero politico cattolico... e all’interno di questo ha ricevuto il suo primo programma d’azione». È una storia ancora da approfondire, o meglio da sottrarre alle polemiche degli opposti estremismi, quella che ha portato centocinquant’anni fa all’unità d’Italia. E in questa storia il cattolicesimo non è relegabile tra gli oppositori. Anche questo emerge dal libro L’unità d’Italia e la Santa Sede (Jaca Book, pagg. 200, euro 18) il nuovo saggio dello storico gesuita Giovanni Sale, scrittore de La Civiltà Cattolica, che ripercorre alcune delle tappe fondamentali del Risorgimento.
Padre Sale condivide la posizione espressa undici anni fa dal cardinale Giacomo Biffi, il quale, proponendo una lettura «cattolica» del fenomeno risorgimentale a partire dal concetto di identità culturale nazionale, desacralizzava alcuni miti «laici» della storiografia liberale. E proponeva il fattore culturale, individuato nella fede e nella tradizione cattolica, come principale elemento di coesione e unità nazionale, individuando come «limite più grave del nostro Risorgimento» l’aver sottovalutato il radicamento nell’animo italiano «della fede cattolica e la sua quasi consustanzialità con l’identità nazionale». Dal documentato libro di Sale emerge dunque quantomai obsoleta l’equazione a lungo sbandierata (e talvolta ancora assunta da residuali gruppi anticlericali) di cattolico uguale a anti-italiano. E non soltanto perché poco più di un mese fa il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, con un gesto coraggioso e conciliatore, ha presenziato alla tradizionale cerimonia del 20 settembre a Porta Pia; o perché il presidente della Cei Angelo Bagnasco, facendo eco alle parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha dichiarato che «l’unità d’Italia è un bene comune, un tesoro che è nel cuore di tutti». Ma perché accanto a Mazzini e prima ancora di Cavour ci sono stati Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti, che pensarono, spiega lo storico gesuita nel libro, «al nuovo assetto politico e sociale della penisola in termini “italiani”, e che videro nel confluire di culture e tradizioni locali diverse, amalgamate dallo stesso cemento della fede cattolica, le condizioni per la nascita di uno Stato confederale, sul tipo della Svizzera o degli Stati Uniti d’America, sottoposto alla medesima direzione politica ed economica».
Il prete piemontese Vincenzo Gioberti, fu uno dei primi a pensare la «nazione» italiana, definendola «una di lingua, di lettere, di religione, di genio nazionale, di pensiero scientifico, di costume cittadino, di accordo pubblico e privato tra i varii Stati che la compongono». E questo sarebbe stato possibile, a suo parere, solo attraverso «un’alleanza stabile e perpetua» dei vari stati della penisola, con il Papa come «presidente naturale e perpetuo». Questo avrebbe restituito all’Italia il «primato morale e civile» che in passato aveva espresso su tutto l’Occidente cristiano. Un primato, ha osservato Giorgio Rumi, che per lo stesso abate Gioberti era soprattutto culturale e spirituale, prima ancora che politico.
Certo, padre Sale non si nasconde i limiti delle teorie chiamate in modo un po’ dispregiativo «neoguelfe». Ricorda però pure che esse «avevano il merito di pensare l’unificazione nazionale non soltanto in chiave politica e istituzionale – come poi in effetti si ridusse la strategia cavouriana – ma anche culturale e sociale, accordandola al particolarismo delle tradizioni regionali dei diversi Stati della penisola e usando come cemento unificatore della nuova identità nazionale il grande patrimonio culturale e di fede della tradizione cattolica italiana».
Com’è noto, il Risorgimento e l’unificazione presero poi strade diverse, con altre modalità e anche altri ideali e ciò, conclude l’autore del volume, «portò a forti lacerazioni nel Paese “reale”, che pesarono molto sulla formazione di uno Stato nazionale realmente unitario, e che furono definitivamente sanate soltanto quando i cattolici – dopo la lunga e travagliata vicenda del “Non expedit” – rientrano a pieno titolo nella vita politica nazionale».