Da Chicago progressi per il tumore mammario

Riflettori puntati sulle neoplasie femminili, al summit 2013 dell'American Society of Clinical Oncology (Asco) di Chicago. L'appuntamento mondiale più importante, in ambito oncologico. Oltre 30mila i partecipanti e una ricerca italiana in primo piano, nella lotta al cancro: degli oltre 2700 lavori scientifici accettati, il nostro Paese si classifica ben al terzo posto, dietro giganti come Stati Uniti e Giappone. Avanzamenti importanti riguardano tumori tipicamente femminili, come quello della cervice uterina (neoplasia piuttosto rara nei Paesi occidentali, ma molto frequente in quelli in via di sviluppo, causa di circa 250mila decessi, ogni anno nel mondo). Uno studio clinico dell'US National Cancer Institute (NCI), ha mostrato come l'aggiunta alla chemioterapia di un anticorpo monoclonale (bevacizumab), in pazienti con tumore alla cervice in stadio metastatico, migliori la sopravvivenza media e riduca la dimensione del tumore nel 48% dei casi, contro il 36% della sola chemioterapia. Progressi arrivano anche per il carcinoma mammario. É il caso dello studio Atom che ha valutato, in donne con tumori al seno, positivi per i recettori degli estrogni, l'efficacia dell'estensione della terapia con tamoxifene fino a 10 anni (meno rischio di recidive del 25% e della mortalità del 23%), rispetto a quella standard di 5 anni. L'attenzione è rivolta anche al trattamento delle metastasi ossee, nel carcinoma alla mammella metastatico. «In Italia oggi ci sono 30-40 mila donne con carcinoma alla mammella metastatico. Di queste, più della metà hanno metastasi ossee», spiega Paolo Pronzato, direttore della divisione di oncologia medica , Istituto Tumori di Genova. «Una condizione che pone problemi specifici, come dolore, fratture, qualche volta paralisi. Per questa ragione, oltre alla terapia antitumorale di fondo, bisogna usare dei trattamenti specifici. Farmaci come i difosfonati, o come il nuovo anticorpo monoclonale, denosumab, che interferisce con il processo di distruzione dell'osso, sono in grado di rallentare la progressione della malattia, proprio a livello dell'osso. Con il denosumab si ottiene una riduzione, vicina quasi al dimezzamento».