Chick Corea: «Mozart era jazz ho scritto un concerto per lui»

Antonio Lodetti

da Londra
«La musica è come l’universo, infinita, fatta di pianeti irraggiungibili. Io continuo a vagare in queste galassie cercando di captare nuovi segnali». Così Armando Chick Corea si scrolla di dosso le critiche dei puristi che tanto hanno amato le sue avventure elettriche con Miles Davis, i suoi trii acustici, i duetti-confronti con Herbie Hancock, Keith Jarrett e perfino Sir Friedrich Gulda, snobbando le incursioni nel jazz rock. Da tre anni Corea è iperattivo; ha inciso uno dopo l’altro il doppio cd dal vivo Rendezvous in New York per festeggiare i 60 anni, To the Stars con l’Elektrik Band, Touchstone col gruppo spagnoleggiante e ora The Ultimate Adventure. Ma il maestro si prende le sue rivincite su quelli che lo considerano troppo disimpegnato, e in luglio suonerà a Vienna una nuova opera e un concerto di Mozart per celebrare i 250 anni dalla nascita del genio.
Un nuovo disco dai suoni sofisticati ma anche commerciali.
«La semplicità è segno di maturità. Come il precedente è ispirato da The Ultimate Adventure, il libro di Ron Hubbard, fondatore di Scientology. Lui mi ha cambiato la vita insegnandomi che il segreto della vita è aiutare gli altri a sentirsi felici. Ho creato una colonna sonora virtuale per il libro fondendo jazz, suoni africani e latino-americani».
È affascinato dall’esoterismo e dalle religioni alternative?
«Grazie a Scientology ho scoperto Dio e i miei brani ne risentono, hanno un sapore mistico, etereo, riflessivo, che si alterna con la gioiosità dei ritmi. Per questo ci sono jazzmen di lungo corso come Hubert Laws e il giovane Jorge Pardo che viene dalla scuola di Paco De Lucia accanto alle magiche percussioni di Airto Moreira».
Alcuni brani lunghi come Arabian Nights sono suddivisi in tre brevi canzoni per permettere i passaggi radiofonici.
«Le radio sono un ottimo veicolo per educare le persone alla musica; in mezzo a milioni di canzonette credo che le mie composizioni possano regalare qualche emozione. North Africa ad esempio è un brano che ho scritto pensando a Carlos Santana, un grande artista senza frontiere».
E la parola jazz cosa vuol dire oggi per lei?
«Le radici del jazz sono e saranno sempre nella musica afroamericana, ma il jazz non è solo blues, swing, be bop; oggi è internazionale e non fa solo riferimento all’America. È un magma globale in continua evoluzione che ha le sue avanguardie in Europa e in Sudamerica. Il jazz non è solo una progressione di accordi; quella è la parte meccanica che ognuno può imparare a suonare. Per me jazz è libertà dello spirito ed elevazione della mente e dell’anima».
Anche quando si è buttato sul jazz rock più commerciale?
«Alle origini si chiamava fusion e l’ha inventata Miles Davis. Io sono stato suo discepolo e poi l’ho reinventata a modo mio. Non credo sia una colpa. La fusion ha rotto le barriere tra i generi e gli stili moltiplicando la creatività».
E oggi cosa resta della fusion?
«Anch’essa si è evoluta. La nuova fusion è ciò che chiamate musica etnica. Ora finalmente si realizza l’incontro in musica tra più culture».
Ora torna alla musica classica.
«Iniziai a studiarla da ragazzino, a Boston, sotto la guida di Salvatore Sullo, e non l’ho mai abbandonata. Non puoi improvvisare se non conosci le regole metriche ed armoniche. Ora torno a Mozart, al mio vecchio amore; il primo luglio sarò a Vienna con un’orchestra di 30 elementi per eseguire il mio Piano Concerto n.2 scritto per l’occasione e la Sinfonia n.24 in do minore del grande compositore. Poi lo porterò in giro per l’Europa e a metà mese sarò anche in Italia. Mozart ha scritto di tutto; opere religiose ma anche mottetti, scherzi, canzoncine ridicole che possono essere paragonate al jazz rock, e nessuno l’ha mai attaccato per questo».