La Chiesa ha fatto bene: parola di un non credente

L’aspetto forse più interessante della controversia sulla decisione della Chiesa di non concedere i funerali religiosi a Piergiorgio Welby è il fatto che mentre fra coloro che la disapprovano figurano non solo tanti non credenti ma anche molti credenti convinti di essere bravi e sinceri cattolici fra coloro che la approvano figurano, insieme a tanti credenti, anche molti non credenti convinti di essere bravi e sinceri laici.
I motivi per cui ai primi questa scelta della Chiesa è sembrata inaccettabile si riducono all’idea (che è in larga misura un prodotto dell’influsso dell’ideologia laicista su vastissime aree del mondo cattolico italiano) che il cristianesimo sia (o dovrebbe essere) una religione dell’amore senza verità.
Le ragioni per le quali a non pochi non credenti questa scelta è sembrata al contrario saggia e provvidenziale rimandano invece alla convinzione che sia necessario opporre un argine alla deriva spirituale dell’Occidente generata da quello che forse è il suo sogno miraggio più pericoloso: il sogno - insieme ridicolo e sinistro, sentimentale e feroce, filantropico e nichilista - di un mondo in cui sia finalmente non solo permesso tutto, ma venga addirittura riconosciuto esplicitamente il diritto di commettere qualsiasi atto con l’esplicita approvazione delle autorità ufficiali, siano esse profane e statali o ecclesiastiche e religiose.
Ma perché, si obietterà, questo sogno può sembrare pernicioso anche a un non credente? Anzi soprattutto a lui? Perché esso può apparirgli come il più codardo e puerile dei progetti umani, giacché un’esistenza dalla quale venisse estirpata del tutto, soprattutto in quelle situazioni che possono imporci una scelta estrema e radicale, la dimensione della decisione e del rischio personale, non sarebbe in fondo altro che un’esistenza senza coscienza.
Su questo tema tutto o quasi tutto ciò che conta veramente è stato detto lapidariamente da Agostino («dilige et quod vis fac»: ama e fa’ ciò che vuoi) e da Pascal («la vrai morale se moque de la morale»: la vera morale si fa beffe della morale). Da queste due celebri massime, scaturite entrambe dalla consapevolezza dello scacco a cui è votato ogni tentativo di fondare una legge morale assoluta, si deduce infatti che nell’ora delle scelte decisive, e dunque anche in quei terribili momenti in cui potremmo dover decidere se assecondare o no la volontà di morire di un altro essere umano, saremo sempre assolutamente soli con noi stessi - e con quell’insopprimibile Altro che nessuno sa bene se risieda solo fuori o solo dentro di noi.
Se mai dunque dovesse accaderci di trovarci accanto a una persona cara che ci supplica di aiutarla a spegnersi, non potremmo né dovremmo fare altro che ciò che il cuore ci imporrà di fare. Senza illuderci però che una legge dello Stato o una sentenza della chiesa potrebbero disfarci del peso del dubbio che - qualunque sia la nostra decisione - graverà sulla nostra coscienza.
Disporre di questa libertà non è certo un privilegio rassicurante, ma è consolante sapere che due cristianissimi giganti del pensiero occidentale ci autorizzano a servircene infischiandoci sia della legge che della morale.
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