Una Chiesa senza compromessi

La decisione del Papa di riconoscere la messa di San Pio V come la formula straordinaria del rito romano, che esiste in forma ordinaria nella messa di Paolo VI, farà certamente discutere. Una opinione diffusa nella Chiesa a tutti i livelli ha pensato che il Vaticano II fosse una radicale reinterpretazione della dottrina cattolica, ripensata come compromesso con la modernità. È quello che Jaques Maritain definì come un «inginocchiamento innanzi al mondo». La Chiesa veniva intesa come immanente alla storia e come reincarnantesi nei vari tempi, quindi storicamente diversa da tempo a tempo.
L’essenza della Chiesa è di essere nello spazio e nel tempo e quindi doveva variare secondo gli spazi e secondo i tempi. Ciò avveniva ai tempi in cui si parlava di inculturazione cioè la tesi che la Chiesa potesse rendersi presente nelle categorie di tutte le culture omogeneamente ad esse.
Ratzinger ha pensato la Chiesa all’interno della teologia dei Padri e l’ha vista come «comunione alla vita divina», come afferma la seconda lettera di Pietro, e quindi portatrice in una identità dottrinale che ne comanda il linguaggio nei tempi e negli spazi in funzione di una rivelazione in cui Dio rende l’uomo partecipe del suo mistero increato, quindi metatemporale e metaspaziale.
Se Ratzinger ha accettato di dedicare la sua vita alla Congregazione per la dottrina della fede è perché intendeva che il Papato sussiste in quanto esiste un’unità di linguaggio metaspaziale e metatemporale. La Chiesa è una realtà divino umana, partecipe nello Spirito Santo al mistero di Cristo. Ciò non consente la sua trascrizione in tutte le culture senza togliere al primato romano la funzione. Il primato di Pietro esiste solo se esiste una verità oltre i tempi e gli spazi, di cui la prima espressione è la continuità della liturgia cattolica.
L’unità dogmatica si fonda sull’unità liturgica. Per questo pensare che una liturgia usata per tanti secoli dalla Chiesa possa essere cancellata dalla nuova liturgia può avvenire solo sul principio della inculturazione della Chiesa nella modernità occidentale. Subendo largamente l’influenza del grande mito moderno, la storia del marxismo. Non a caso Ratzinger fu per questo contrario alla teologia della liberazione: perché essa faceva della inculturazione di una Chiesa nell’America latina il fondamento della sua teologia.
Se la liturgia antica era cassata e di fatto proibita, diveniva inevitabile che anche il primato romano fosse messo in discussione perché non conforme alla cultura propria dell’età moderna. Fu il Papato da Paolo VI a Giovanni Paolo II a difendere la Chiesa dalla dottrina dell’inculturazione, fatta propria, in modo particolare, dalla Compagnia di Gesù. Papa Benedetto ha seguito da segretario della Congregazione per la dottrina della fede, la linea di Giovanni Paolo II, che lasciava aperte le possibilità della tesi dell’inculturazione assumendo a livello politico e mediatico molte conseguenze di essa cominciando dall’antioccidentalismo e dal pacifismo. Papa Benedetto ha posto ai vescovi la questione fondamentale: il Papato può continuare ad esistere solo se il linguaggio ecclesiale comunica alla verità di Dio in sé stessa e non è semplicemente un adattamento culturale che rende relativa la Chiesa soltanto alla storia e alla geografia. Papa Benedetto ha dunque posto il problema sul fatto che la liturgia antica non può essere cancellata senza porre in discussione la continuità della Chiesa nei tempi e negli spazi, cioè la sua comunicazione allo Spirito Santo nel mistero di Cristo.
Vi è dunque ben più di Ecône nel principio dell’identità della Chiesa nella sua liturgia tradizionale e in quella riformata da Paolo VI. Il Papa ha voluto che il rito antico fosse praticabile non solo nella messa (come era avvenuto con i poteri conferiti ai vescovi con l’Ecclesia Dei) ma che riguardasse tutti i sacramenti e potesse essere detto in modo ordinario nella comunità che sceglievano e adottarlo come tale. E venivano perciò testimoni dell’identità della Chiesa nella sua liturgia oltre i tempi e gli spazi. Certamente in modo proprio si scontrerà con difficoltà notevoli non per il fatto della messa latina, ma per il fatto che la riforma di Benedetto mette in luce che il primato romano esiste solo se la Chiesa parla un linguaggio che si fonda sulla realtà divina rivelata e non sul variare della storia umana. Il provvedimento particolare del motu proprio ha un significato universale perché intende mantenere l’universalità della Chiesa e la funzione del Papato come garante della comunione dell’istituzione al mistero divino.
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