Il chimico dell’anima nell’orrore dei lager

A chi gli chiedeva dove avesse imparato a parlare bene il tedesco, Primo Levi rispondeva: «Ad Auschwitz». C’era anche questa componente di umorismo ebraico nell’autore di Se questo è un uomo: un modo efficace per demistificare la stupidità e svelare, ridendo di sé, i pregiudizi dell’uomo moderno. Un modo, soprattutto, per affidare all’intelligenza individuale la ricerca del bandolo della matassa in un secolo che ha reso la Terra un dedalo di assurde teorie e disumane aspirazioni.
Grazie a questa disposizione Levi, suicidatosi l’11 aprile di vent’anni fa, ha attraversato la materia più lancinante con lo sguardo del pícaro che si aggira in un mondo alla rovescia. Anche nella restante produzione, meno nota al grande pubblico, dalle Storie naturali (1967) a Il sistema periodico (1975) a La chiave a stella (1978), il suo racconto somiglia spesso a un drammatico divertissement, a un’alternanza di satira e tragedia che meglio di ogni ricetta composta e razionale può descrivere il «vizio di forma» che capovolge e squaderna l’ordine delle cose. Da sopravvissuto o, meglio, da «salvato», egli ha tentato di rintracciare un sistema per resistere al non senso anche quando la memoria dello sterminio rischiava di perdersi e nuovi grovigli ideologici sembravano riproporre le inquietanti contraddizioni del passato.
Lo ha fatto come una specie di Ulisse dantesco, intraprendendo le varie tappe di una personale via crucis: prima la bolgia diabolica della brutalità, poi il passaggio al purgatorio, una «tregua» tra il Lager e una difficile normalità quotidiana, e infine la sosta in un paradiso impossibile, un luogo immaginario ben presto rivelatosi invivibile, minacciato dal senso di colpa e dal pericolo dell’oblio.
Il suo impegno di ricordare l’atrocità del Lager aveva molto del testimone morale più che del letterato professionista; gli interessava capire e tramandare per regalare un antidoto, ma senza concedersi epiche o retoriche convenzionali. All’indomani della guerra, in una stagione di eroi positivi e infarcita di militanza populistica, Levi ha scelto infatti di misurare l’inferno senza consolazioni e raccontare la tragica odissea moderna dell’uomo ridotto a numero di matricola. Una ricerca che molti non capirono o non vollero capire. Non fu per caso che Se questo è un uomo venne rifiutato dalla progressista Einaudi, prima di trovare accoglienza nell’esiguo catalogo del torinese Francesco De Silva, che ne stampò duemilacinquecento copie, parte delle quali peraltro rimasero invendute. Si è detto che la bocciatura decretata dai redattori dello Struzzo e in particolare da Natalia Ginzburg fosse legata a un desiderio di voltare pagina e volgersi al radioso ottimismo del «sol dell’avvenire» dimenticando la barbarie del più recente passato. O, peggio, fosse dovuta a un disconoscimento delle qualità letterarie dell’opera, stesa con una limpidezza e una essenziale linearità non in voga in un tempo di cronache esaltate e mitici reportages resistenziali.
In realtà, il resoconto leviano riusciva scomodo anche perché metteva a nudo i meccanismi raffinatissimi di un totalitarismo non diverso, nello scientifico annientamento della dignità stessa del nemico, da quello di cui buona parte della cultura antifascista del dopoguerra decantava il paradiso. In altre parole, in quel libro scritto da uno scienziato (Levi si era laureato in chimica nel 1941), intriso di una sconcertante lucidità illuministica, non c’era traccia di neorealismo, né di quella memorialistica che, corredata da dubbie qualità artistiche, aveva inondato il mercato editoriale di quegli anni. Vi era, al contrario, la volontà, come scrisse Levi stesso, di non «formulare nuovi capi d’accusa», limitandosi - se così si può dire - a studiare, con «taglio quasi giuridico» gli aspetti più oscuri dell’animo umano, che la ragione non era stata capace di governare. Li poté svelare solo uno «studio pacato»: una limpida sobrietà, affidata all’apologo, al racconto, all’episodio.
A volte la realtà sa essere più romanzata di un romanzo, più fervida e cupa: non c’è bisogno di concepire trame immaginarie, poiché è la storia stessa, più crudele di ogni malvagia congettura, a incaricarsi di mostrare l’uomo ridotto al rango di vittima di se stesso. Eppure, proprio negli interstizi dell’assurdità, Levi ha trovato uno squarcio di epica liricità, un’ultima stilla di fede inconsulta nella dignità smarrita dell’uomo: così si può reagire alla ferocia, attingendo cioè alle forze residue della ribellione morale, a un istinto che non conosce ideologie né approdi sicuri, ma è offerto dal fatto stesso di esistere. Per questo, le opere di Levi sembrano sussurrate, come vergate da un icastico umanista, ferme stenografie della fenomenologia del male che Auschwitz ha sintetizzato come un castigo biblico. Nessun sentimentalismo né la tentazione del rancore increspano le sue pagine, che non necessitano di enfasi stilistica o di indignazione gridata per eternare la spietata abiezione dei campi di sterminio. Che, del resto, può essere descritta più che dalle parole, da una voce che non chiede compassione, ma pretende, con mitezza inflessibile, un soprassalto di rigore etico.
Non resta che appigliarsi a ciò che rimane della fiducia nell’agire umano come ad un ultimo baluardo, anche se l’irrazionalità, sotto parvenze nuove di fisime collettive o infiammate utopie generazionali, è sempre lì a portata di mano, pronta a sedurre con slogan, battaglie politiche e inquietanti personaggi che dei rivoluzionari e dei liberatori hanno l’aspetto, dei tiranni le ambizioni. Una preoccupazione che Levi affidò al suo testamento spirituale, I sommersi e i salvati, in cui anche la speranza nella civiltà pare schiacciata da un pessimismo cosmico e profetico, dalla cruda consapevolezza che il genere umano sa, con meccanica acutezza, «costruire una mole infinita di dolore». A questa capacità non poté resistere neanche chi l’aveva ben saggiata.
Ma la sua morte non fu né un atto di estremo titanismo, né l’opzione istintiva del disperato. Poco prima di uccidersi, rivendicando la logicità essenziale e intellettuale di un gesto meditato, aveva scritto: «Il suicidio è specifico all’uomo, non all’animale».