La chirurgia vascolare è sempre più personalizzata

Intervengo chirurgicamente per correggere un aneurisma dell'aorta, o un'ostruzione della carotide (per prevenire l'ictus), o mi avvalgo di tecniche moderne, all'avanguardia, che sono fatte di pochi e quasi miracolosi strumenti: un catetere, un palloncino, uno stent che allarga le arterie o l'introduzione di un'endoprotesi? La domanda non è di poco conto. Perché siamo nel delicato settore della chirurgia vascolare. In questo settore non esistono viaggi della speranza. In Italia abbiamo il meglio. Le tecniche sono omologate in ogni Paese occidentale, Stati Uniti compresi, che utilizzano gli stessi strumenti presenti negli ospedali italiani più accreditati. Per la chirurgia vascolare, dunque, tutto il mondo è paese. Tranne le mani dei chirurghi, e i nostri non hanno nulla da invidiare alla concorrenza straniera. Il tasso di mortalità italiano è bassissimo anche nei casi del trattamento dell'aneurisma, ovvero la dilatazione dell'aorta, patologia che rappresenta la tredicesima causa di morte in tutto il mondo.
In Italia si può intervenire con diversi strumenti. Attualmente ci si può permettere di scegliere il metodo da seguire. La via chirurgica, dove si apre l'addome o il torace, si sostituisce l'aorta malata e si richiude, o la via endovascolare, meno invasiva da un punto di vista tecnico. Non lascia cicatrici tranne il piccolo buco di un catetere e poi le apparecchiature d'avanguardia fanno il resto. A tutti verrebbe da scegliere la seconda strada, ovviamente. Ma è sempre la cosa più giusta? «E' necessario valutare attentamente, caso per caso, le caratteristiche anatomiche e funzionali di un paziente», spiega il professor Ettore Bortolani, ordinario di clinica chirurgia dell'università degli studi di Milano e primario dell'UO di chirurgia generale e vascolare all'ospedale San Giuseppe di Milano. La sua esperienza più che trentennale invita alla cautela. Non sempre le vie all'avanguardia sono le migliori. Almeno in fatto di durata dei risultati. «Per i pazienti più anziani o in condizioni generali compromesse, la soluzione con l'endoprotesi dimostra indubbi vantaggi - spiega Bortolani - ma se il paziente è più giovane suggerisco la via tradizionale che garantisce il risultato per un periodo molto più lungo, praticamente per la vita, come circa cinquanta anni di esperienza chirurgica hanno dimostrato». Stesso discorso vale per i problemi legati alla carotide dove i fattori di rischio sono quelli tipici dell'arteriosclerosi: ipertensione, vita sedentaria, fumo, familiarità. Una malattia che colpisce soprattutto gli uomini, ma, a causa «delle cattive abitudini, come quella del fumo - sottolinea Bortolani - si sta diffondendo anche nelle donne, purtroppo le lesioni gravi sono spesso asintomatiche».