Christian Dior: la sua casa natale ora è un museo-atelier

All'inizio era una piccola abitazione privata abitata da un bambino che si chiamava Christian Dior. Ora è diventato il Museo-atelier del più grande creatore di moda del Novecento e si trova a Granville, nella Bassa Normandia

Il Museo-atelier è nella sua casa natale di Granville, nella Bassa Normandia. Lo stile della costruzione è anglo-normanno, la facciata color della rosa, c’è un giardino d’inverno e dei bow window come ornamento. Quando era una semplice abitazione privata, si chiamava Les Rhumbs e il più piccolo dei suoi abitatori la vedeva come «un’isola in mezzo alle tempeste», solitaria sullo sperone roccioso di fronte all’oceano. Quel bambino si chiamava Christian Dior e sarebbe divenuto uno dei più grandi creatori di moda del Novecento...

La cittadina di Granville è ad appena un chilometro di distanza da Les Rhumbs, proprio di fronte alle isole Chausey che se ne stanno nel canale della Manica. I suoi abitanti l’hanno soprannominata «la piccola Monaco del Nord». C’è un casino, alcuni alberghi di lusso. Da ragazzo Christian aveva mano libera sul giardino di casa, l’unico della famiglia con il pollice verde e la passione delle piante. Pergolati, terrazze, roseti via via lo arricchiranno: il profumo dei mughetti e dei gelsomini si mischierà a lungo all’aria salmastra. Dior diventa famoso nel 1947, di colpo. Il giorno in cui la sua collezione viene presentata, offre agli invitati un profumo fresco da lui inventato: si chiama Miss Dior, viene dal giardino di Granville. Da quando la casa natale di Dior è divenuta un museo che porta il suo nome, tutto è stato rimesso a posto e arricchito. Il merito è dell’associazione Presence de Christian Dior, nata per volontà di Bernard Bek, già sindaco di Granville, e di Bernard Arnault, nume tutelare del gruppo LVMH, che racchiude un po’ il gotha del lusso francese Oggi le collezioni del museo contengono più di trecento vestiti, documenti, accessori, disegni dipinti, e ogni autunno una rassegna viene organizzata.

La storia di Dior, dicevamo prima, è collegata al «new look» che il 122 febbraio 1947 lo rese celebre nel giro di un giorno. Era la sua prima collezione e dopo la sfilata del mattino si trovò sul balcone dell’atelier di rue Montaigne a salutare la folla femminile che sotto lo applaudiva. Essendoci in Francia uno sciopero della stampa, fu in America che scoppiò la bomba del suo mito: la direttrice di Harper’s Bazar ribattezzò in un articolo la sua arte di stilista con la frase: «It’s a New Look». Faccia e fisico da curato di campagna, Dior lanciò le gonne allungate dalla vita strizzata in giacchini corpetto, lanciò i tacchi a spillo, divenne il re degli accessori. Il suo atelier, forte di 85 lavoranti, fu all’avanguardia per la perizia artigianale, gli «accorgimenti tecnici, la cura dei particolari.

Nel giro di un decennio divenne l’imperatore della moda e quando nel 1957 la morte se lo portò via, un giorno d’estate, a Montecatini, aveva appena compiuto cinquant’anni.. La sua fu una sorta di rivoluzione e un dietro front rispetto al corpo lasciato libero da Poiret e da Chanel. A prenderne l’eredità sempre nella Maison sarà Yves Sant- Laurent e poi March Bohan, in seguito Gianfranco Ferrè e infine John Gallianoo. Alla moda, in fondo, Dior arrivò per caso. Aveva gusto, amava l’arte, studiava scienze politiche e sognava di entrare in diplomazia, aprì con un amico una galleria dove vennero a esporre molti dei protagonisti delle avanguardie del Novecento.

Poi morì la madre, l’azienda paterna fallì, lui steso si ammalò di tubercolosi e all’età di trent’anni, Dior si ritrovò senza arte né parte e senza una strada precisa da seguire. Cominciò a collaborare alle pagine di moda di i Figaro illustré, trovò infine lavoro presso la Maison Piguet. Intanto era scoppiata la guerra, e lui richiamato sotto le armi. Nel 41, dopo l’armistizio, la smobilitazione e un soggiorno nella vecchia casa paterna nel sud della Francia è di nuovo a Parigi: il suo posto da Piguet non c’è più, entra nella casa di moda di Lelong, diventa il primo dei figurinisti. Nel dopoguerra stringe un patto d’alleanza con il magnate del tessile francese Marcel Boussac. Questi aveva bisogno di una moda che esaltasse il consumo dei tessuti, Dior di qualcuno che credesse in lui e lo finanziasse. Da allora, di trionfo in trionfo, Dior è deivenuto un marchio che sfida i tempi.