Churchill non voleva immigrati di colore E non si fidava di Filippo

Winston Churchill, forse il più amato primo ministro della storia britannica, l’indiscusso eroe della Battaglia d’Inghilterra e della resistenza a oltranza contro i nazisti, già nei primi anni Cinquanta nutriva seri dubbi sull’effetto dell’immigrazione negli equilibri interni del suo Paese. Soprattutto per quanto riguardava l’ingresso dei coloured (sudditi di colore dell’Impero e del Commonwealth).
A rivelarlo sono documenti e minute di Downing Street sui quali, dopo più di un cinquantennio, è caduto il segreto di Stato. Churchill, nonostante il suo granitico contributo durante la Seconda guerra mondiale, era stato clamorosamente sconfitto, nelle elezioni del 1945, dai laburisti di Clement Attlee ed era da poco tornato al potere nel 1951. La situazione economica del Paese non era affatto rosea dopo il tentativo di Attlee di creare uno stato che accompagnasse il cittadino «dalla culla alla tomba», passando per quelle che, relativamente all’Inghilterra, erano robuste nazionalizzazioni. Churchill si trovava, dunque, a dover affrontare i malumori di un Paese che, pur vincitore, stava perdendo il suo impero e il suo ruolo internazionale, mentre il tasso di immigrazione iniziava a indispettire gli abitanti più poveri.
Basta leggere i diari giovanili del futuro premier per escludere in lui (che pure sentiva di portare «il fardello dell’uomo bianco») ogni venatura di razzismo ipocrita. Ma in una minuta del 3 febbraio 1954 dettata da Churchill e vergata dal segretario di Gabinetto Sir Norman Brook si legge: «Ci saranno problemi se molta gente di colore si stabilisce qui. Ci dobbiamo sobbarcare il problema razziale nel Regno Unito. Sono attratti dallo stato sociale. L’opinione pubblica non li tollererà superato un certo limite». Un problema che non si poneva soltanto il primo ministro ma l’intero consiglio dei ministri.
Il sottosegretario all’istruzione segnalava che la situazione era già oltre il livello di guardia in città come Manchester, mentre il ministro dell’Interno David Maxwell-Fyfe metteva sul tavolo della discussione cifre (40mila immigrati rispetto ai 7mila del periodo pre bellico) e preoccupazioni relative agli effetti di eventuali provvedimenti: «Ci sono ragioni per escludere i derelitti. Politicamente verrebbe discusso e presentato sulla base di limitazioni legate al colore... Dovremo offendere i liberali e i sentimentali». La risposta di Churchill è forse quella che ha scandalizzato di più i benpensanti che l’hanno vista riportata ieri sui quotidiani inglesi: «È però forse politicamente saggio permettere ai sentimenti popolari di svilupparsi ancora un po’ prima di agire... dovremo anche studiare quote da non superare». Ma che Churchill fosse un governante pragmatico in tema di elezioni ed umori popolari non deve stupire nessuno. È del resto sua la frase, riferita ai politici che non vogliono perdere il proprio scranno: «Il tacchino non vuole mai che arrivi Natale». E nelle sue elucubrazioni si può leggere anche una lunga capacità di prevedere le molte sfide che un’immigrazione massiccia avrebbe posto alla ormai «piccola» Inghilterra, sfide tuttora di grande attualità.
Esattamente come furono politicamente lucide, anche se adesso a giocarci sono soprattutto i tabloid che piacciono tanto all’ombra del Big Ben, le sue prese di posizione per impedire che fossero la principessa Margaret e il principe Filippo (mal visto da molti parlamentari) a governare in caso di morte della regina Elisabetta II (il principe Carlo aveva allora quattro anni). Preoccupazioni che coinvolsero direttamente la regina, la quale fece varare una legge che escludesse la sorella Margaret dalla reggenza ma difendeva la posizione di «tutore» del marito. Ma su questa vicenda, e sul ruolo che vi ebbe il primo ministro con la bombetta, non è ancora possibile trarre conclusioni definitive. Alcune carte resteranno secretate sino al 2054.