Ciò che l’uomo sa di Dio spiegato dalla «A» alla «Z»

Quando si dice l’eterogenesi dei fini. Il corposissimo Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (il Mulino, 2 voll., pagg. 1814, euro 140), curato dallo storico Alberto Melloni, sarebbe rimasto oggetto di dotte e un po’ elitarie recensioni se una clamorosa stroncatura, firmata sul Sole 24Ore una settimana fa da Lucetta Scaraffia, non l’avesse trasformato in un caso. La studiosa, editorialista di punta de L’Osservatore Romano particolarmente apprezzata nei sacri palazzi, ha parlato di «delusione cocente», lamentando la mancanza di «completezza e obiettività», del poco spazio concesso alla bioetica, dell’assenza di Joseph Ratzinger come teologo nella voce dedicata alla teologia cattolica, dell’eccessiva «militanza» con cui sarebbe stata scritta a voce sulla teologia femminista. Ma la parte del dizionario che secondo Scaraffia «suscita più indignazione dal punto di vista storico» è quella dedicata alla Shoah, in quanto la voce, scrive nella recensione-stroncatura, «è finalizzata ad addossare alla religione cristiana la colpa dello sterminio nazista». Insomma, non un dizionario, ma un’opera fortemente «targata» se non tendenziosa, secondo l’autrice della recensione, che imputa a Melloni, dimenticanze e «silenzi». E ieri Anna Foa dalle colonne di Avvenire ha rincarato la dose con un intervento critico in merito alla stessa voce «Shoah».
In effetti, se si legge la voce incriminata, redatta dal teologo Donald J. Dietrich, non si può fare a meno di notare quanto siano pesanti certe sue affermazioni: la «dottrina del disprezzo» verso gli ebrei che ha fatto a lungo parte della tradizione cristiana, scrive l’autore della voce, ha contribuito «a preparare il terreno che ha reso possibile il diabolico programma di Hitler». Ancora, «la Shoah è connessa in misura fondamentale al cristianesimo», e «sebbene i nazisti fossero razzisti e la Chiesa si sia fermata molto prima della sistematica distruzione degli ebrei nell’Europa medievale, la considerazione dell’ostilità cristiana è rimasta un fattore importante» per tentare di spiegare l’Olocausto: «Dopo Auschwitz, i teologi non potevano più ignorare il vizio presente nel cristianesimo che ha contribuito allo sviluppo dell’oppressione nazista». E se è vero che Dietrich riconosce come alcuni studiosi non ritengano che l’antisemitismo abbia le sue radici nella fede cristiana, l’impressione che si ricava leggendo la voce «Shoah» è fortemente colpevolista nei confronti del cristianesimo, come se il razzismo hitleriano fosse una sua diretta emanazione e non un’ideologia pagana, una degenerazione del positivismo. Dietrich non spiega bene la differenza tra antigiudaismo cristiano e antisemitismo – forse perché non sembra credere che in fondo esistano vere differenze – e non si sofferma sulle diversità di approccio delle Chiese cristiane di fronte all’insorgere del nazismo, come pure non ricorda le condanne del razzismo da parte del magistero cattolico. Bisogna però far notare che la voce incriminata, scritta da un teologo e non da uno storico, è tutta orientata a fornire una sintesi degli studi e del dibattito teologico, non storico, sulla Shoah, con particolare riferimento al rapporto tra cristianesimo ed ebraismo dopo l’Olocausto, evento accaduto nell’Europa cristiana.
Sarebbe però ingiusto presentare un’opera di 107 voci firmate da 116 specialisti (alcune voci hanno più di un autore) concentrandosi soltanto su un testo, quello di Dietrich, che occupa lo 0,6 per cento del Dizionario. Oppure criticarla soltanto per il modo in cui la materia – sconfinata – è stata ordinata, o ancora per le inevitabili omissioni o sottovalutazioni che qualsiasi iniziativa di questo genere comporta. Il Dizionario, come osserva il curatore Melloni nell’introduzione, non ambisce in alcun modo a essere enciclopedica, ma al massimo un «bilancio molto umile», un «catalogo della frammentazione disciplinare così come essa si propone».
E vale la pena di soffermarsi, dunque, su alcune delle voci più riuscite, come ad esempio quella su Gesù, redatta dal biblista Giuseppe Barbaglio, scomparso prima di poter vedere stampata l’opera. Una voce che in ventotto dense pagine racchiude in una documentata e attenta sintesi tutto il dibattito attorno alla figura del Nazareno, a partire dalle tesi demitizzanti di quanti hanno cercato di spezzare l’identificazione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede (l’antesignano fu Reimarus, nel Settecento), fino agli studi delle correnti anglo-americane. Quelle correnti che, a partire dagli anni Ottanta, hanno reagito al dominio della ricerca tedesca ponendo l’attenzione, al di là degli insegnamenti del Nazareno e della successiva elaborazione di questi da parte della prima comunità cristiana, su alcuni «fatti» riguardanti la vita di Gesù, come li codifica Ed Parish Sanders nel suo The historical Figure of Jesus (1993), così sintetizzati da Barbaglio: «Gesù è stato battezzato da Giovanni Battista; ha predicato e risanato; ha unito a sé i dodici; ha limitato la sua attività a Israele; ha provocato i suoi critici sul tempio; è stato crocifisso dalle autorità romane; dopo la sua morte i discepoli hanno continuato come movimento identificabile». Le fonti disponibili, dirette e indirette, le fonti extra-evangeliche e la loro attendibilità, gli apocrifi e la loro lettura critica, tutto è puntualmente presentato e fa comprendere quanto la figura di quello che John P. Meier ha definito «un ebreo marginale», un puntino quasi insignificante nel radar della storia del primo secolo, nato e vissuto in un Paese ai confini dell’impero romano, sia stata fondamentale nella storia dell’umanità.