Cibi bio e formaggi salvifici: le favolette «ecocompatibili»

Potete ingannare un individuo per sempre e molti individui per qualche tempo, ma non potete ingannare tutti per sempre. Credo l’abbia detto Abraham Lincoln, ma anche se mi sbaglio sull’autore è comunque ben detto. Mi si segnala che un servizio dell’Espresso informa che quello del cibo biologico è un colossale bluff.
Al servizio spettano addirittura gli onori della copertina: «I cibi biologici sono pieni di grassi e additivi, spesso non sono migliori di quelli industriali, ma sono molto più cari». E all’interno: «Mangiare bio fa bene? Purtroppo no. Il risultato degli studi è “sorprendente” (le virgolette sono mie): non solo i prodotti bio non sempre sono i migliori, ma spesso sono anche molto meno salùbri».
L’unica cosa che trovo di «sorprendente» è che all’Espresso si sorprendano. Certo, è vero che Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa (soprattutto) e quasi tutto l’apparato dell’informazione italiana per anni - a cominciare dagli anni d’oro del governo Amato, con Pecoraro Scanio ministro all’Agricoltura - ci ha invitato a consumare bio e che le amministrazioni locali - di centrosinistra, va da sé - hanno stipulato generosi contratti coi produttori di cibo biologico per propinarlo ai bambini delle scuole e nelle mense aziendali; ma è anche vero che per anni la scienza ha ripetuto sempre la stessa cosa: i cibi biologici non sono migliori e potrebbero essere pure peggiori di quelli convenzionali.
Noi, ad esempio, lo scrivemmo per la prima volta il 15 settembre del 2000, avemmo occasione di ripeterlo il 4 aprile del 2001 e continuammo ad avvertire ogni volta che potemmo. Non pretendiamo che qualcuno legga noi, solo ci chiediamo perché nessuno legge alcunché di diverso dalla stampa di regime: rischia, come in questo caso, di sorprendersi.
E già che si parla di cibo, vi anticipo quella che sarà, per qualcuno, un’altra «sorpresa». Mi è stato recentemente segnalato che, secondo i produttori, il Grana Padano - formaggio di cui, preciso subito, vado ghiotto - contribuirebbe alla applicazione del protocollo di Kyoto, visto che «ogni forma di Grana sequestrerebbe 20 kg di carbonio». Chi mi ha fatto la segnalazione mi chiedeva un parere supponendo che io fossi esperto, ma devo essere franco e confessare che è da un po’ di tempo che ho deciso di dichiararmi esperto in nulla. Non saprei d’altra parte come si fa ad essere esperti in un mondo ove l’incolore, inodore, insapore, innocua CO2, nutrimento delle piante e, pertanto, nutrimento nostro, è stata elevata allo stesso rango di rifiuto radioattivo, tanto da doverla addirittura sequestrare. Un mondo cui un banale global warming - inferiore a quello che a suo tempo gratificò Erik il Rosso quando colonizzò la Groenlandia - basta per farlo entrare in fibrillazione, a dispetto del fatto che sappiamo, oggi, come climatizzare gli ambienti dove viviamo.
A che serve produrre Grana Padano? Io immaginavo - ma forse devo rivedere questa mia fervida immaginazione - servisse a farlo mangiare. E, dopo averlo mangiato, cosa succede al carbonio (in una forma, sì e no, 10 kg, non 20) in esso sequestrato? Attraverso la respirazione e altri meno nobili percorsi metabolici viene risputato come CO2. Quindi, finché si mangia, non una molecola di CO2 è sottratta all’atmosfera ad alleviare il «terribile» effetto serra. Se poi si aggiunge che la produzione di quella forma ha richiesto una qualche spesa energetica e che per i nostri bisogni energetici immettiamo CO2 in atmosfera (almeno finché non ci decidiamo a produrla al 100% col nucleare), allora, finché ci ostiniamo a mangiare quel Grana, l’intero processo immette CO2 in atmosfera. Insomma, i produttori di Grana si mettano il cuore in pace: dovranno pagare gli oneri del protocollo di Kyoto. L’unico strumento che hanno per non farlo non è distorcere la stechiometria e la termodinamica ma cercare di sbarazzarsi di chi ha imposto loro gli oneri di quello stupido protocollo.