Cina oggi, il ricordo va all’Italia degli anni 50

Il boom del gigante asiatico ha il suo centro nel dinamismo della Pechino preolimpica. Con un solo motto: vivere per lavorare

da Pechino

Gli europei? Volano low-cost e comprano, scontati, nei mercati di Pechino falsi prodotti europei. I cinesi? Volano in business class con Dragon Air e comprano, scontati, nei negozi di Hong Kong veri prodotti europei. Quanti cinesi possono permettersi gli status symbol? Un numero pari a italiani, francesi, tedeschi, britannici, spagnoli e polacchi messi insieme: trecento milioni. Tanti sono i cinesi milionari (in dollari Usa) su un miliardo e quattrocento milioni di persone.
Con alle spalle una demografia tuttora esplosiva e un’economia per nulla satura, i recenti fattacci della Chinatown milanese assumono ben altra lettura: non una scorretta e invasiva colonia d’immigrati, che suscita la legittima reazione degli autoctoni, ma una maggioranza locale soverchiata, perfino nella sua «capitale morale», dall’attivismo dei cinesi. Che non «arrivano nuotando», sull’esempio di Mao, come un dì cantava Bruno Lauzi; che non lavorano per vivere, come gli italiani: no, loro vivono per lavorare. Come facevano gli italiani mezzo secolo fa, che perciò erano malvisti dagli altri popoli, ai quali sottraevano crescenti quote di mercato. Il nostro boom degli anni Cinquanta fu opera di un popolo che ignorava le festività, che in ferie, e per pochi giorni, mandava - se li mandava - solo donne e bambini, che alzava la saracinesca prima dell’alba e l’abbassava dopo il tramonto. In questa prospettiva, si spiega che in Cina solo i giornali, non le tv, abbiano riferito i tumulti sino-milanesi: non si voleva enfatizzarli. Questa scintilla, la prima in Europa, deriva dall’attrito fra cinesi in movimento, dunque all’offensiva, e italiani immobili, dunque sulla difensiva. E chi ha l’iniziativa, in questi casi, non sveglia il can che dorme.
Il parallelismo fra Italia di ieri e Cina di oggi affiora anche dai riconoscimenti internazionali. Finite le invasioni angloamericana e tedesca, riparati i danni, superata la tentazione di una seconda guerra civile in un decennio, liquidata l’egemonia anglo-francese nel Mediterraneo, l’Italia repubblicana aveva un’economia in crescita vorticosa e una cultura che era ancora quella dei doveri, più che dei diritti: aveva infine i mezzi e aveva ancora le qualità. In quel frangente, col ritorno di Trieste alla madrepatria, arrivò anche il riconoscimento “sportivo”: l’attribuzione a Roma delle Olimpiadi del 1960.
L’attribuzione a Pechino delle Olimpiadi, che si apriranno l’8 agosto 2008 (8-8-8, perché “8” è il numero fortunato in Cina) è il culmine di un analogo riscatto: superato il colonialismo europeo, debellata l’invasione nipponica, riparate le distruzioni, superata la seconda guerra civile in trentennio, detta rivoluzione culturale, limata l’egemonia sovietica sull’Asia nordorientale e quella americana sull’Asia sudorientale, tornate Hong Kong e Macao alla madrepatria, la Cina ha un’economia in crescita vorticosa e una cultura che è ancora quella dei doveri, più che dei diritti: ha infine i mezzi e ha ancora le qualità.
Di questi fermenti la Pechino preolimpica ribolle. Dopo che l’attesa per il visto nei consolati in Italia non supera un giorno, il controllo dei passaporti all’aeroporto di Pechino avviene con dieci minuti di coda, mentre, per avere il visto per gli Stati Uniti, in Italia occorrono due settimane e un interrogatorio. Fine della Guerra fredda e inizio della «guerra al terrorismo» hanno invertito i ruoli fra Paesi aperti e chiusi.
Anche Pechino ha le sue torri gemelle, ma saggiamente le ha fatte di solo venticinque piani. È vero infatti che Pechino non manca di spazio, come invece Manhattan e Hong Kong, ma il mal della pietra, che affligge quest’ultima, a Pechino si manifesta più in estensione che in densità. Ai sette milioni di abitanti attribuiti alla megalopoli sul Mare della Cina meridionale, la capitale risponde col doppio del numero e con un decimo del reddito medio. Ma Hong Kong ha quasi raggiunto il massimo della crescita, mentre Pechino a crescere comincia ora. Meno propensa a un’urbanistica gigantesca di quanto lo sia Giakarta, non ne è comunque immune. I quartieri vecchi scompaiono senza tanti complimenti per gli abitanti, sfrattati e impossibilitati a comprare ciò che sorgerà al posto delle loro casupole con cortiletto. All’urbanizzazione indotta dopo vari eventi, inclusi il tremendo sisma del 1976, dalla mano visibile del Partito, segue la de-urbanizzazione indotta dalla mano invisibile del Mercato: l’una diceva di «servire il popolo», l’altra dice «arricchitevi». Come c’era, nel popolo, chi si faceva servire di più, c’è chi s’arricchisce di più. Un film, Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, suggeriva ai baraccati di prendere il volo sul Duomo; Miracolo a Pechino, almeno con questo titolo, non esiste, ma c’è l’episodio pechinese del regista hongkonghese John Woo in All Invisible Children, che confronta la solitudine di una bambina orfana e povera con la solitudine di una bambina non orfana e ricca, la cui madre guida un’Audi, ma solo per andare a uccidersi. C’è stata invece una versione locale di Ladri di biciclette, intitolata Le biciclette di Pechino, dove le strade - già loro dominio - oggi accolgono soprattutto auto, nuove e di grossa cilindrata; alle biciclette restano corsie riservate, ma sempre più esigue.
«Contraddizioni», termine caro anche a Mao, ma contraddizioni che hanno restituito prima dignità, poi opportunità alla Cina. Sostituendosi all’imperatore e al mandarinato, il Partito comunista ha davvero assunto il ruolo patriottico che gli attribuisce la bandiera cinese, dove è simboleggiato dalla stella grande, circondata da quattro stelle piccole, che rappresentano i contadini, gli operai, l’esercito e la borghesia nazionale, antagonista di quella compradora, asservita allo straniero. Il comunismo in Cina è nato come lotta di popolo (contro gli stranieri); solo con la rivoluzione culturale è diventato lotta di classe. Nel dopo-Mao, da quando Deng ha orientato il comunismo verso un socialismo nazionale, arbitro - non antagonista - del capitalismo, la democrazia plebiscitaria del Pcc ha un cervello tecnocratico e un cuore comunitario.
In economia, il Pcc è più liberista di Forza Italia; in politica è più patriottico di Alleanza nazionale.«Grande è il disordine sotto il cielo», diceva Mao.
(1-continua)