Cina, oscurarne uno per educarne cento

Siti internet e blog, ma anche libri e riviste. Così Pechino esercita la censura on-line e cartacea «in nome del popolo»

I siti Internet «devono servire il popolo e il socialismo, guidare correttamente l’opinione pubblica nell’interesse nazionale». È il testo della legge varata quest’anno a Pechino per stringere meglio la museruola attorno all’informazione online. Particolarmente colpito è stato il mondo dei blog letterari: le ragioni non sono chiare, ma si sa che in Cina i libri non «ufficiali» non sono mai stati amati. E, così, a trent’anni dalla caduta della dittatura di Mao, al rogo non finiscono più i testi «antidemocratici» ma siti e blog di scrittori, giornalisti, intellettuali. In molti sono stati invitati (o meglio costretti) a emigrare in altri Paesi. Una censura non solo telematica, ma anche cartacea: molti autori cinesi riscontrano grande successo all’estero, ma in patria la pubblicazione dei loro libri è vietata. Mentre la Cina ci sta facendo (letteralmente) le scarpe, dal punto di vista dell’economia, l’informazione indipendente, anche su Internet, più che un sogno è ancora un miraggio. Nel resto del mondo democratico, Italia compresa, il web rappresenta in questo momento una delle massime espressioni per la libertà: il problema semmai è contrario. Abbiamo la libertà di pensiero ma, spesso, manca il pensiero.
Per il Grande Fratello dagli occhi a mandorla, invece, il controllo è all’ordine del giorno. Perché la Cina, come ha dichiarato John Palfrey in uno studio congiunto tra le università di Cambridge e Harvard presentato al congresso americano, «ha oggi i sistemi tecnologici e giuridici di sorveglianza e di censura su Internet tra i più sviluppati ed efficaci del mondo».
Da pochi giorni, dopo 17 mesi di carcere, è stato liberato Zhao Yan, scrittore e collaboratore del New York Times, colpevole di aver pubblicato notizie dannose per la pubblica sicurezza nazionale. Ren Zhiyuan, autore del saggio La strada verso la democrazia, è stato invece appena condannato a 10 anni di prigione con l’accusa di «sovversione ai poteri dello Stato».
Emblematico è il caso dello scrittore Yan Lianke che si è visto mettere al bando la sua ultima opera, Servire il popolo (appena pubblicato in Italia da Einaudi), romanzo ambientato durante il decennio (1966-1977) della Rivoluzione Culturale. Il libro incriminato descrive la passione tra una giovane donna e un anziano generale, che naturalmente finiscono per avere una travolgente storia di sesso. Ma non basta. Perché per eccitarsi i due distruggono i simboli rivoluzionari del generale, compresa una statua di Mao... Servire il popolo in origine è stato pubblicato, a puntate, su un blog (immediatamente oscurato) e poi ripreso dalla rivista letteraria Hua Cheng (Città dei Fiori), considerata tra le più autorevoli in Cina. Ma l’importanza dello scrittore e della rivista non ha impedito che il romanzo sia incorso in una nuova censura a causa di «un uso esagerato di descrizioni basse, volgari e oscene per irridere il nobile obiettivo di servire il popolo». La rivista si è vista costretta a tagliare quasi la metà del racconto, prima di rimandare il testo all’ufficio della censura, che a sua volta ha operato un ulteriore taglio, portando la lunghezza della storia dalle originali 90mila alle 40mila parole che sono state poi pubblicate sul numero di gennaio del periodico. A seguito di un nuovo controllo censorio tutte le 30mila copie messe in circolazione sono state sequestrate con un’ordinanza di emergenza. Le circa 500 case editrici cinesi, guarda caso tutte di comproprietà dello Stato, sono state diffidate dallo stamparlo. Non solo: giornali, periodici, siti internet e blog sono stati «ammoniti» a non pubblicarne neanche brevi estratti.
E l’ombra della censura si è abbattuta anche sugli ironici racconti Spaghetti Cinesi di Ma Jian (appena pubblicati da Feltrinelli). Considerato dal Premio Nobel Gao Xingjian come «una delle voci più importanti e coraggiose della letteratura cinese contemporanea», Ma Jian, nato nel 1953, ha lasciato Pechino nel 1987 per rifugiarsi a Hong Kong, poco prima che le sue opere fossero bandite in Cina. Dopo la restituzione dell’isola alla Repubblica Popolare Cinese, Ma Jian si è trasferito prima in Germania e poi a Londra dove vive tuttora. Un peccato che i cinesi non possano leggere questa raccolta che - come ha sottolineato lo scrittore americano Jonathan Safran Foer - «è un libro da celebrare». Come da celebrare, tra i tanti, è un altro volume di Ma Jian: Polvere Rossa (Neri Pozza, 2002), il diario di un viaggio on the road iniziato da Pechino nel 1983 e proseguito per tre anni tra le province di un Paese ricco di mille contraddizioni, sospeso tra ansia di modernità e una realtà dove miseria e paura regnano incontrastate. Ma anche una terra dalle mille sfumature, dai mille colori, caratterizzata da una Natura che, ai confini del Tibet, si trasforma per magia in rara bellezza «dove l’aria è così rarefatta che la voce scompare insieme alla lucidità dei pensieri».
E da Londra, libero di navigare su blog e siti, scrive Ha Jin: finalista del Pulitzer 2005, autore del romanzo War Trash (neri Pozza, 2005) nominato «Libro dell’anno 2005» dal New York Times, lo scrittore è stato costretto a lasciare la Cina sin dal 1985. Oggi vive negli Stati Uniti, ed è docente di inglese alla Emory University di Atlanta, oltre ad aver ottenuto la cittadinanza letteraria americana. George Saunders lo ha definito proprio «uno dei più grandi scrittori americani», mentre per Russell Banks nei libri di Ha Jin «c’è una serenità filosofica rara nella narrativa». Elementi riscontrabili anche nel suo libro forse più bello: Pazzia (Neri Pozza, 2003), un romanzo che è un ritratto unico della Cina dopo la tragedia di Tienanmen: un Paese in cui l’antico conflitto tra legge e individuo, lealtà e tradimento ha lasciato il posto al sentimento della sconfitta morale e della dignità perduta. Peccato che anche Pazzia non sia mai stato pubblicato in Cina: un miliardo di abitanti che, in nome di un popolo (non) sovrano, continua a vivere e produrre sotto l’orecchio implacabile del Grande Fratello. Ed è forse proprio in Cina che si è persa davvero la cognizione tra reality e realtà.