«Cindia», la mecca economica che spaventa il mondo

Nel libro «2.4 Miliardi di Imprenditori. Cina e India nel nostro futuro» i segreti dei due giganti asiatici che si svilupperanno sempre più grazie all'aiuto reciproco. I casi delle imprese occidentali che hanno avuto successo nelle loro strategie commerciali e produttive

La «Cinindia», il Paese immaginario formato da Cina e India, è la nuova mecca, tutt'altro che immaginaria, dell'economia mondiale alla quale le aziende guardano sia come mercato di sbocco per i propri prodotti, sia come luogo dove produrre per abbattere i costi e aumentare la produttività. Due grandi potenze che in passato hanno più volte sfiorato la guerra aperta ma che recentemente hanno conosciuto una crescita esponenziale dei reciproci scambi commerciali (passati in pochi anni da meno di un miliardo a 30 miliardi di dollari), che sta portando i due colossi a una forte interdipendenza economica. Il risultato di questo processo è una realtà dalla quale nessun altro Paese del pianeta potrà prescindere, ma che prima di tutto va capita nei suoi aspetti politici, economici e culturali. E questo nuovo scenario è l'oggetto di un libro che non a caso in tutto il mondo è stato considerato un vero e proprio caso editoriale: «Billions of Entrepreneurs – How China and India are reshaping their futures and yours», libro che in Italia è pubblicato dalla Francesco Brioschi Editore con il titolo «2.4 Miliardi di Imprenditori. Cina e India nel nostro futuro». Il volume scritto da uno dei massimi esperti del settore, Tarun Khanna (titolare di cattedra alla Harvard Business School, eletto Young global leader dal World Economic Forum), è frutto di anni di ricerca sul campo e di presenza attiva in numerose aziende cinesi e indiane. E racconta lo straordinario sviluppo industriale dei due giganti asiatici, contestualizzandolo con precisione nel quadro dei rispettivi sistemi politici, socio-culturali e giuridici. Attraverso una serie di storie affascinanti che aiutano a comprendere i due sistemi economici, Khanna guida il lettore alla scoperta di successi imprenditoriali e di faticose mediazioni burocratiche e politiche, mettendo in evidenza sia la crescita tumultuosa di realizzazioni e profitti si sia gli aspetti meno nobili quali corruzione, inefficienza e scarsa attenzione ai diritti umani. Non un libro di teorie astratte, ma una specie di guida: il libro infatti analizza dal punto di vista economico e sociologico le diverse realtà, mentalità e società, presentando «case studies» che spiegano storie imprenditoriali, vincoli culturali, tradizioni sociali e contesti politici diversissimi tra loro. La teoria alla base di questo libro di cui hanno parlato testate come «The Economist», «The Financial Times», «Business Week» (che titola «Just Don't Call It Chindia») è che quello che stiamo vedendo nascere non è un nuovo blocco economico, non insomma una «Chindia» sempre più integrata, ma due realtà che si svilupperanno autonomamente, secondo linee di «mutually reinforcing». Ed è proprio «mutualismo» (un processo attraverso cui India e Cina impareranno con il tempo a capitalizzare i rispettivi punti di forza e compensare le rispettive debolezze) il termine che Khanna ha coniato per descrivere la realtà che chiunque decida di puntare su questi due Paesi non potrà trascurare. Ecco allora che, sostiene Khanna, non è possibile essere presenti in uno solo dei due mercati con la pretesa o la speranza di «coprire» anche l'altro. Secondo l'economista se si vuol avere veramente successo e non trasformare l'avventura in una Waterloo bisogna pensare a livello locale, sfruttando proprio quelle differenze che a un primo sguardo possono sembrare ostacoli insormontabili. Tra gli altri presenta i casi di Microsoft, General Electric – Medical System e Unilever.