Il cinema di Mussolini Facciamo un po’ di luce attorno all’Istituto Luce

Da quando la propaganda ricorre alle immagini cinematografiche, rivederle illude di cogliere la storia nel suo farsi. Nato alla fine del 1925 per iniziativa pubblica e in mano pubblica rimasto anche in epoca antifascista, l’Istituto Luce è depositario di questa forma di memoria (non di storia) intrinseca alla politica. Infatti è ancora l’esito avverso della seconda guerra mondiale a determinare la politica italiana, specie nelle conseguenze dell’«armistizio lungo» del 1943, ridefinite nelle clausole segrete del trattato di pace del 1947.
Meno di un settimo dell’unità nazionale rientra nell’«era fascista». Eppure i tanti documentari di compilazione che la riguardano sono più visti dei pochi dedicati a tutti gli altri periodi messi insieme. Coi libri è lo stesso: gli ottomila giorni di governo di Benito Mussolini hanno ispirato altrettanti saggi e romanzi. Tranne l’essenziale (le clausole segrete restano tali), quasi tutto è stato detto e ridetto, mostrato e rimostrato. I dettagli sono ormai così fitti da costituire una barriera di fumo.
Se n’è accorto il documentarista Enzo Antonio Cicchino, che per fare un po’ di luce ha scritto Il Duce attraverso il Luce (Mursia, pagg. 830, euro 25), dove cerca di tornare alla realtà passando attraverso lo specchio deformante dell’informazione. Si parte dal 1926, quando cominciò l’attività del Luce, e si arriva al 1943-45, quando l’Italia viene ridimensionata come potenza, perdendo il ruolo centrale mantenuto anche quando Francia e Gran Bretagna avevano già perduto gran parte della sovranità: l’una a vantaggio della Germania, l’altra a vantaggio degli Stati Uniti.
Anche Cicchino si avvolge in una barriera di fumo, aprendo il suo libro con una serie d’invettive contro Mussolini, come se uscisse nel 1946 e non nel 2010. Qualche centinaio di pagine dopo, il rigurgito d’antifascismo si rivela però un rito apotropaico, contro l’accusa di revisionismo, implicita nel fatto che Cicchino scarta la vulgata antifascista e consente alla politica estera di Roma, quando essa domanda a Parigi e Londra di arginare il riarmo di Berlino. Ma c’è stata la crisi del 1929 e in quelle capitali si è sentita più che a Roma.
Quanto al dopo, Cicchino aderisce alle osservazioni di Renzo De Felice. In sintesi: grazie all’alleanza con la Germania, che fu geopolitica e non ideologica, Mussolini rinviò l’invasione dell’Italia di tre anni rispetto a quella della Francia; la guerra contro la Gran Bretagna, al momento del crollo francese, venne decisa in connivenza con Churchill, affinché il conflitto cominciato nel 1939, contro la volontà dell’Italia, finisse con un pareggio che le avrebbe mantenuto il ruolo di ago della bilancia, come nel settembre 1938, ai tempi del patto di Monaco.
Se questo è il senso generale di Il Duce attraverso il Luce, il modo di procedere di Cicchino è quello dell’attento osservatore del sistema di informazione. Consapevole che il cinema è la continuazione della politica con altri mezzi, Cicchino confronta i cinegiornali e il momento in cui escono, talora evocando episodi noti ma taciuti nei numeri precedenti. La scelta delle notizia non è solo a uso del pubblico, ma anche dei diplomatici stranieri. Più attenzione per un Paese significa migliori rapporti con esso o comunque per l’evolvere della sua politica. E viceversa.
È ciò che accade a vantaggio della Francia e a danno della Gran Bretagna fra il patto di Stresa e l’attacco all’Abissinia. Ma ci sono anche accuse per i bombardamenti sulle città italiane dopo la caduta di Mussolini, in questi giorni, sessantasette anni fa, che preludono a capovolgimenti di fronte. Sono attacchi virulenti che mirano ad alzare il prezzo della resa, come quelli ispirati dal governo Badoglio mentre ci si sta rassegnando a condizioni durissime per un’Italia che ha sì perso Abissinia, Libia e Sicilia, ma che occupa ampie zone di Francia, Balcani, Egeo ed è potenza di riferimento per Bulgaria, Romania e Ungheria.
Come lettura da spiaggia, l’incursione di Cicchino fra i commenti del Luce (concisi, insegnano ancora uno stile) s’addice a cittadini non ancora rassegnati e a politici infine consapevoli che nihil sub sole novi.