Il cinematographer, un ruolo che riacquista la sua dignità

<font color="#000000"><font face="Arial"><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal">Un libro e
un'intervista al suo autore, un visconti per l'appunto, spiegano
l'importanza di questo mestiere con l'approvazione di registi come Olmi ma anche di maestri della fotografia come Basilico</span></span></font></font>

"Come il pittore, il "cinematographer" ha a che fare con due sistemi ben distinti del colore: uno fornito dalla natura, l'altro richiesto dall'artista; il colore pittorico e il colore percepito.

Entrambi presenti nel lavoro di quello che si è sempre definito il direttore della fotografia, ma c'è da tenere presente che il lavoro dell'artista dipende dall'enfasi che egli si pone per prima, un modo per riscattare un ruolo da sempre esistito nella storia del cinema e andato sempre più confondendosi nel tempo, sul quale è stato doveroso ridefinirlo".

Spiega il professor Ercole Visconti cerca di inquadrare il linguaggio cinematogarfico ed in particolare quello del "cinematographer", un termine che meglio definisce il suo lavoro, come dicevamo, a cavallo tra il direttore della fotografia e l'operatore, e lo fa con autorevolezza nel saggio "Parole illuminanti" (UTET- Nicola Venzini ed. 200 pag. E.31), appena uscito e giunto già destinato alla seconda edizione.

Visconti, figlio d'arte, docento alla Scuola Civica di Cinematografia di Milano, fiore all'occhiello del settore, ora trasformata anche in Fondazione considerando il ruolo che occupa a fianco di Cinecittà, sostiene che la cinematografia è fatta di realismo, mestiere, fantasia e il cinematographer non solo sa orchestrare la luce e creare atmosfere "cineplastiche" (Grafiche), ma è anche un capace improvvisatore dell'illuminazione che sintetizza e riassume il tema del linguaggio