La città dell'impossibile e il suo folle papà italiano

Era un immigrato analfabeta di Avellino, fu celebrato dai Beatles e scatenò la rivolta dei neri

Nostro inviato a Los Angeles Nella copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, il magico puzzle inventato da Sir Peter Blake e famoso persino più delle canzoni dei Beatles che contiene, Sabato «Simon» Rodia è quello di profilo, in bianco e nero, accanto a Bob Dylan, nella famiglia allargata del mondo più iconica del pop. Ci sono dentro Albert Einstein e Dylan Thomas, Lawrence D'Arabia e Carlo Marx, Marilyn e Freud. E poi un italiano, l'unico della band, sbarcato ragazzino a Ellis Island dalle campagne irpine sul tramonto dell'Ottocento per andare a lavorare nelle miniere della Pennsylvania. All'ufficio immigrazione quel nome strano, Sabato, cioè il giorno prima della festa, non era pronunciabile così lo registrarono come Simon e Simon rimase per sempre. Era un ragazzino vivace e vagabondo, anche se sapeva a malapena leggere e scrivere, ma a farlo diventare un lupo solitario, muto e lontano dal mondo, fu veder morire il fratello in una di quelle miniere dove avevano cercato un futuro migliore. Così, con il niente che aveva, si trasferì sulla costa opposta, e in una delle periferie più degradate di Los Angeles, abbandonata dal mondo come lui, costruì un bungalow di legno dove vivere, tra le baracche fatiscenti di Watts. Fu qui, a questa specie di ghetto afro-ispanico, che decise di immolare la sua vita un po' alla Ligabue, tra genio ed emarginazione. Non spiegò mai il perché, né cosa volesse dire e nemmeno quale idea lo illuminasse dentro, lui che era un muratore senza i fondamenti dell'ingegneria, ma ogni giorno della sua vita, a mani nude, per trent'anni dal primo giorno fino all'ultimo, lavorò alla costruzione di una città fatta con niente, di torri fatte con gli scarti, qualcosa di mai visto che battezzò Nuestro Pueblo e lo consegnò all'eternità. Un intreccio di diciassette strutture, una diversa dall'altra, 30metri la più alta, costruita con pezzi di ferro intrecciati e decorati con cemento, cocci, ceramiche, conchiglie disposti a mosaico, bottiglie, teiere. Dissero che si ispirò ai Gigli di Nola, portati in processione il giorno della festa del santo patrono. Dissero che fosse, inconsapevole del genio che lo abitava, «un Gaudì più visionario e simbolico». Perché non aveva un progetto da seguire, ma un'urgenza misteriosa che lo tormentava dentro, un qualcosa di anarchico e folle che lo spingeva a fare. La torre diventò la ragione della sua vita, qualcosa di più della sua stessa vita. Si sposò due volte e per due volte si separò, i tre figli, cresciuti, non vollero vederlo mai più, i vicini si tenevano alla larga da quell'uomo duro e imprevedibile, che passava le giornate arrampicato sulle guglie, guardando storto chi passava nei dintorni.

Continua imperterrito anche durante la guerra: qualcuno vede in quel groviglio misterioso delle antenne spia vendute di nascosto ai giapponesi per colpire l'America, come a Pearl Harbor. Lui continua, inesorabile, fino al 1954, l'anno in cui l'America mette in commercio le prime tv a colori e l'Italia le accende per la prima volta, e come Forrest Gump alla fine della corsa, misteriosamente come inizia, finisce, lasciando Los Angeles per San Francisco, lasciando la sua creatura libera di vivere senza di lui. Dice: «Perché le ho costruite? Non so dirlo. Perché un uomo realizza i pantaloni? Perchè fa delle scarpe?».

Muore, quasi novantenne, a Fernandez una decina di anni più tardi, senza tornare mai più a Watts, senza nostalgie e senza rimpianti, indifferente anche alla miopia burocratica della Contea che a un certo punto decide che quelle torri senza senso sono troppo pericolose. Erano costruite così bene invece, certificò un ingegnere aerospaziale, che potevano resistere a qualsiasi terremoto, erano così massicce che una gru ingaggiata per verificarne la solidità si ribaltò. Non se ne fece più niente e così nell'ultimo luogo della terra, in quel sobborgo abitato da diseredati, per mano di un ragazzino minatore senza arte né parte di Rivottoli di Serino, nacque un monumento a metà tra la Tour Eiffel e la Sagrada Familia, che diventò prima un'attrattiva turistica e poi, una mattina d'agosto del 1965, un mese dopo la morte del suo creatore un simbolo di riscatto e di rivolta.

L'arresto di Marquette Frye, un uomo di colore beccato a guidare ubriaco, scatena la rivolta nera del sobborgo, per sei giorni Watts diventa Beirut, tutto finisce solo dopo trentaquattro morti e più di un migliaio di feriti. La lotta per i diritti civili abbandona la filosofia e la prassi non violenta di Martin Luther King per diventare rivolta di popolo, non importa più quale sia la miccia. Malcom X e le Black Panthers nascono lì e in quei giorni e le Towers di Rodia diventano il simbolo di un'umanità umiliata che reclamava diritti e dignità. Anche per questo nell'Olimpo degli dei disegnato dai Beatles entra un analfabeta solitario, simbolo involontario e geniale del Novecento americano.

Oggi quella meravigliosa follia si chiama Watts Towers Arts Center, è stata inserita dal National Register of Historic Places tra i luoghi storici da tutelare, offre istruzione gratuita a chi è povero, eventi per stare insieme, come il Rodia Watts Towers Jazz Festival e il Festival degli strumenti a percussione. Ma a minacciare quello che ha tutti i titoli per diventare patrimonio dell'umanità dell'Unesco, sono i tagli di bilancio che la città di Los Angeles, che ha in gestione le torri, ha intenzione di imporre alle Torri di Sabato, bisognose di investimenti, meglio se privati, da 5 milioni in su. La maggior parte dei 45mila turisti che visitano ogni anno la città riciclata vengono dall'estero e questo non basta più, visto che il Museo d'Arte della Contea ne fa 900mila. È difficile da trovare senza mappe e gps. Ma anche l'impossibile non ha bussole.