La città smemorata e gli anni di piombo

Le violenze ideologiche protagoniste del romanzo di Stefano Betti

Da qualche tempo si sta imponendo un po’ ovunque il tentativo di un ripensamento complessivo sugli anni Settanta e Ottanta, o meglio su ciò che maggiormente li caratterizzarono: le dinamiche politiche e umane di coloro che all’epoca erano poco più o poco meno che ventenni, e che parteciparono a una stagione politica totalizzante. Si potrebbe pensare che ciò avvenga in virtù di un fatto semplicemente anagrafico. Ma non si tratta affatto della riscossa dei «quaranta-cinquantenni»: la maggior parte di questi, infatti, ancora stenta ad esprimersi a causa di un ben noto fenomeno di stagnazione anagrafica che a memoria non ha eguali. C’è nell’aria, invece, la voglia di cambiare metodo di giudizio. Pian piano quella maniera manichea di guardare gli avvenimenti della nostra Storia, secondo la quale c’era posto solo per i buoni e per i cattivi, viene considerata se non incapace di cogliere le verità, almeno insufficiente a una comprensione più profonda.
Ed è proprio la libertà con la quale Stefano Betti s’approccia a scrivere di quegli anni che rende interessante il suo racconto Emma e i cattivi maestri (Carmine M. Muliere editore, pagg.47, 5 euro). È una narrazione che si snoda scevra da giudizi morali (e da tentazioni di fughe letterarie) che ha la forza di una parabola, dove forse solo Roma, la città nella quale si ambienta la storia, ha un ruolo determinato ed immobile, oggettivante. Mentre le persone, di contro, hanno la capacità mobile di richiamare i sentimenti, le grandezze e le ottusità, di chiunque in quel periodo (siamo appunto alla fine degli anni Settanta o ai primi Ottanta) frequentasse il liceo.
Sullo sfondo l’omicidio di uno studente di sinistra e il quasi meccanico arresto di un suo coetaneo di destra. Una pratica che sembrava archiviata in un elementare meccanismo giudiziario di causa ed effetto, buono anche per le coscienze di ognuno. Ma venti anni dopo, una professoressa dell’epoca convoca i suoi ex-alunni protagonisti di quei fatti e tra di loro bastano pochi scambi di battute a svelare come la realtà sia più complessa di quanto fosse sembrata. Il nuovo confronto spariglia da un lato, ma dall’altro rende evidente che, nonostante il tempo trascorso, tutti i protagonisti sono ancora prigionieri di antichi rancori. La realtà parziale alimentata dall’ideologia di allora, insomma, è stata capace solo di generare frustrazione nei cinquantenni che sono diventati. La vita in fondo, ci suggerisce Betti, risulta sempre un’altra cosa da quello che ci inoculano da di fuori. Così, nel racconto, l’ultima parola ce l’ha Roma che in una sera di febbraio sa essere fredda e immemore. L’eterno, si sa, dà sempre scacco alla Storia.