Clandestini, Europa e Usa verso il collasso

Una volta si diceva «Se Atene piange, Sparta non ride». Oggi, possiamo dire che se l’Europa rischia di essere sommersa da un’ondata migratoria proveniente dall’Africa e dai paesi arabi, gli Stati Uniti sono già invasi da una massa enorme di immigranti clandestini dall’America latina e soprattutto dal Messico: 12 milioni secondo le stime più prudenti, 20 milioni secondo le più realistiche, con una media di diecimila nuovi arrivi ogni giorno che fanno impallidire gli sbarchi a Lampedusa o alle Canarie. In un libro che sta destando sensazione oltre Atlantico, Pat Buchanan, il populista-conservatore che ha tentato per tre volte (1992, 1996 e 2000) la scalata alla Casa Bianca, accomuna i due fenomeni pur nella loro diversità: mentre molti musulmani che si stabiliscono nell’Unione europea cercano, consciamente o inconsciamente, una rivincita per le sconfitte subite nei secoli scorsi dall’Islam ad opera della Cristianità, i messicani che hanno già trasformato il volto di quattro Stati americani di confine - Texas, New Mexico, Arizona e California - e stanno rapidamente avanzando verso nord, sono intenti a «riconquistare» i territori che gli Usa sottrassero al Messico nell’Ottocento. Ma, soprattutto, Stato di emergenza: l’invasione e la conquista dell’America da parte del Terzo mondo individua una genesi comune nei due fenomeni: il cancro che divora la civiltà «europea», nel senso più lato del termine. «All’origine della crisi dell’Occidente - scrive Buchanan - ci sono il collasso della cultura e la crisi demografica dei bianchi, proprio mentre un Terzo mondo che aumenta di 100 milioni di nuovi individui ogni diciotto mesi sta attuando la più gigantesca invasione nella storia dell'umanità. Se non troviamo il modo di arrestare questo fenomeno, la fine dell’Occidente è segnata. Nel 2050, un’Europa senza nuovi nati sarà stata invasa da africani ed arabi e somiglierà più alla Bosnia o alla Beirut di oggi che al continente di Churchill e De Gaulle. Nel 2050, gli Stati Uniti saranno diventati un conglomerato multirazziale, multietnico, multiculturale e multilingue, un Brasile balcanizzato di 420 milioni di abitanti, una Torre di Babele, una replica dell’Impero romano dopo l’arrivo dei Goti e dei Vandali».
In un certo senso, Buchanan riprende gli argomenti della Fallaci. Ma, a differenza dei libri di Oriana, il suo è pieno di cifre, dati e citazioni per documentare quanto la grande migrazione dal Sud abbia abbassato il livello di vita americano e suggerisce anche i possibili rimedi: costruzione di una doppia barriera dal Pacifico al Golfo del Messico per fermare l’invasione, negazione della cittadinanza ai figli dei clandestini che nascono su suolo americano, limitazione dei ricongiungimenti familiari a mogli e figli, negazione dei generosi benefici sociali a chi non è in regola con la legge, sospensione degli aiuti ai Paesi che rifiutano di riprendersi i loro emigranti clandestini e soprattutto una «moratoria» di alcuni anni, per dare il tempo agli immigrati regolari di integrarsi senza la continua pressione dei nuovi arrivati. Buchanan lancia pesanti accuse al presidente Bush per il suo ultimo disegno di legge, equivalente a una sanatoria per chi già si trova nel Paese, ma si rende anche conto che una espulsione di massa dei clandestini non è praticabile: suggerisce, perciò, una specie di «guerra di attrito», una progressiva abolizione dei molti vantaggi di cui i clandestini godono oggi, per indurre alcuni milioni di loro a tornarsene spontaneamente a casa.
Non sta a noi dire se questa ricetta è praticabile negli Stati Uniti, ma alcune proposte di Buchanan possono valere anche per l’Europa: non possiamo certo costruire un muro che divida in due il Mediterraneo, ma possiamo evitare che, attraverso una insensata politica dei ricongiungimenti familiari, arrivino in Italia interi clan; e se per le esigenze dell’economia appare difficile imporre una moratoria all’immigrazione, l’idea di regolamentare l’assistenza ai clandestini in modo da rendere loro il viaggio meno appetibile è senza dubbio praticabile.
Impressionante, in Stato di emergenza, è la documentazione di come l’invasione dei latinos, che costituiscono ormai - con circa 50 milioni di presenze - il gruppo etnico più numeroso e sono in gran parte estranei alla cultura dominante negli Stati Uniti abbia alzato il tasso di criminalità, abbassato drammaticamente il livello dell’insegnamento nelle scuole e travolto, negli Stati più esposti, i servizi sociali. Buchanan, esponente della destra repubblicana, teme anche che essi finiscano con lo stravolgere gli equilibri politici del Paese, fornendo un ricco serbatoio di voti ai democratici e mettendo in permanente minoranza quella classe media bianca che è stata fin qui la forza motrice dell’America. È forse una visione un po’ leghista, ma, considerato quanto avviene nel Sud-Ovest ormai quasi «riconquistato» dai messicani che si rifiutano perfino di imparare l’inglese, non del tutto campata in aria.