La classe degli asini è un bene per i secchioni

Caro Granzotto, ho letto con particolare interesse il suo commento riguardo la decisione, da parte di una scuola di Genova, di realizzare una classe per soli bocciati, e la sua risposta ad una professoressa che definiva «bestemmia didattica» questo provvedimento. A questo punto lasci esprimere la propria opinione anche ad uno studente, uno di quelli che si sarebbero definiti, in tempi politicamente scorretti, «primi della classe». Le posso assicurare che, nel corso della mia carriera scolastica, mai ho visto un somaro stimare chi si impegnava, e cercare di imitarlo. Al contrario, gli alunni più diligenti erano sempre destinatari, da parte dei soggetti in questione, di appellativi poco gradevoli, quando non di scherzi di cattivo gusto. Glielo garantisce uno che ha sperimentato tutto questo sulla propria pelle. Durante le lezioni queste persone ridono e scherzano con i loro pari, disturbando chi invece vorrebbe seguire. E lo fanno perché, pur con tutta la buona volontà, non riescono a seguire il filo del discorso, in quanto non hanno studiato gli argomenti propedeutici. Dopo un intero anno scolastico passato rifiutando di farsi interrogare, e scopiazzando quando possibile, a giugno si ricordano finalmente che qualcosa devono pur studiare, e si presentano all’interrogazione con un paragrafetto imparato a memoria. Tanto basta per garantire loro la promozione. Di pochi giorni fa è la notizia di un ragazzo che si è tolto la vita perché perseguitato dai compagni di classe, che lo ritenevano un «secchione». La vera bestemmia didattica è che i somari vengono sempre e comunque difesi ed aiutati dai professori, mentre i capaci e meritevoli troppe volte vengono abbandonati a loro stessi.



Così era (ma senza suicidi, almeno per quanto ricordo) e così è, caro Cesare. Io primo della classe non sono mai stato, però gli occhi per vedere li avevo e confermo ogni sua parola: non tanto l’asino, ma il secchione è sempre stato bersaglio di derisione quando non di dileggio. Ma almeno, ai miei tempi scolastici, l’asino non veniva fatto oggetto di reverenza da parte del corpo insegnante. Il quale, non essendosi ancora abbeverato al pozzo (senza fine) del sociologismo e del dialoghismo, lo riteneva zavorra in classe e perditempo fuori. «Non si applica», non si dedica allo studio con l’intensità dovuta: questa era l’immancabile risposta al genitore che veniva a chiedere notizia dell’andamento negli studi del figliolo pelandrone. Mica gli rispondevano che era un ciuccio per via di certe difficoltà di relazione interpersonale. Difficoltà oltretutto ignote ai somari, generalmente estroversi, amiconi, sempre pronti a divertire i compagni con frizzi e lazzi.
Figuriamoci se non è nelle nostre ambizioni prodigarci affinché gli ultimi possano un domani essere i primi. Ma ciò non deve risolversi in un danno per coloro che, già primi, sarebbero costretti a rallentare fortemente il passo per adeguarlo alla stanca cadenza di quello degli ultimi. Sappiamo bene, caro Cesare, che oggi riconoscere e premiare il merito è quanto di più politicamente scorretto possa farsi. Ma qui siamo arrivati al punto che dallo schermo televisivo e dalle colonne dei giornali i tromboni del buonismo arrivano ad equiparare la meritocrazia, l’encomio al merito individuale, ad una sorta di razzismo sottopelle. Illudendosi, quel che è peggio, quello che li svela fessi, che indirizzando torme di ragazzi al Paese dei Balocchi gli Omini di burro della società civile faranno migliore questo Paese.