La classe dirigente va in paradiso

«Sud e Nord: democratici eminenti» di Antonio Maccanico: una galleria dell’Italia «della ragione»

«L’Italia della ragione», diceva Spadolini per indicare l’ideale di Paese e di classe dirigente. Antonio Maccanico, che di Spadolini fu amico e sodale nel Pri di Ugo La Malfa, ha messo insieme in un pregevole volume (Sud e Nord: democratici eminenti, Lacaita Editore, pagg. 140, euro 12) i ricordi biografici di personaggi di un’Italia intelligente e colta, un piccolo gotha, si direbbe, di una classe dirigente stimabile indipendentemente dalle diversità politiche e ideologiche: Ugo La Malfa, Giovanni Spadolini, Norberto Bobbio, Michele Cifarelli, Francesco Compagna, Adolfo Tino, Enrico Cuccia, Salvatore Cafiero, Francesco Cingano. Tutti personaggi eminenti della democrazia italiana, che Maccanico collega nell’impegno comune per un’Italia unita e solidale tra Nord e Sud, come dice il titolo del libro. Non è un caso, del resto, che questo bel volume faccia parte della «Collezione di studi meridionali», un sodalizio che Umberto Zanotti Bianco fondò nel 1925 e che ora dirige con intelligenza Gerardo Bianco, meridionale appassionato, dotato peraltro di una profonda cultura umanistica. Sono ritratti, questi di Maccanico, che meritano lettura e riflessione perché tratteggiano efficacemente un mondo intellettuale carico di ethos, di moralità e cultura, la cui mancanza oggi indubbiamente si avverte e un po’ immiserisce il mondo politico. È stato un privilegio, per chi scrive questa nota, osservare da vicino negli ultimi anni personaggi simili. Di La Malfa si ricordano le edificanti sfuriate in momenti politici cruciali, che ne facevano una sorta di vestale della Repubblica. Pur liberale keynesiano, fu sempre un difensore dell’economia di mercato. A lui, oltre che a Einaudi, si deve se l’Italia del dopoguerra gettò alle ortiche la cultura autarchica per scegliere la via del libero scambio. Quanto a Spadolini, visto da vicino al Corriere e poi in Parlamento, portò nella politica il peso della sua cultura di storico. Maccanico ne ricorda una frase significativa: «L’uomo politico è anch’esso un intellettuale che vive pubblicamente e svolge con naturalezza la sua parte nella società». Parole che dovrebbero essere meditate da certi assertori dell’antipolitica. Un intellettuale assai vicino alla concezione spadoliniana della politica fu forse Bobbio, di certo una delle voci più autorevoli della cultura italiana. Maccanico ne ricorda la sua interpretazione della laicità, intesa non come rifiuto della fede religiosa ma come capacità di distinguere tra razionalità e fede. Di grande rilievo la vibrante figura di Francesco Compagna, che per un trentennio animò con la sua rivista Nord e Sud un laboratorio politico a sostegno della politica meridionalista. Gli fanno compagnia, in questa crestomazia antropologica, Michele Cifarelli, lo studioso che nel 1944 rilanciò la questione meridionale in uno storico convegno a Bari, e Salvatore Cafiero, allievo di Pasquale Saraceno, che per anni guidò e diede vigore alla Svimez, l’autorevole associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. La bella antologia si chiude con Adolfo Tino, zio di Maccanico peraltro, che tuttora a Milano è una sorta di mito nel mondo della finanza e della cultura politica (da lui Croce mutuò l’espressione «religione della libertà», facendola propria e diffondendola); Enrico Cuccia, l’uomo che in Italia ha incarnato, si può dire, lo spirito del capitalismo protestante, da noi quasi inesistente, che visse sentendosi investito di una sorta di missione nel mondo economico; Francesco Cingano, che fu presidente della Comit, la banca che fu di Toeplitz, amico di La Malfa, Malagodi, Mattioli. Insomma, un mondo che non c’è più e merita di rimanere nella nostra memoria storica.