Collane da allattamento Quel vezzo tutto colorato che lega la mamma al suo bambino

A Rovigo nella sua piccola Maison Tada, Linda ha imparato a realizzare questi bijoux che anticamente le donne anglosassoni si mettevano al collo per far giocare i piccolini mentre li nutrivano. Lei ha rispolverato quest'antica usanza. «Fin da pi...

Elena Gaiardoni

Mamma: che bellezza quell'allure dal tepor di latte! C'è uno stile da seno turgido. Un seno fashion, che si adorna per il bebè. Questo bon ton del decollété - anche bon bon va bene - si ispira ai pastelli di pratoline bacche sante che prendono forma tra le mani di una giovinetta. È un vezzo da luxurybricolage: la collana d'allattamento. Cosa? È quanto ci siamo sentite rispondere in alcuni negozi di Milano alla richiesta di questo bijou, e ci hanno proposto persino una serie, o collana appunto, di libri su come allattare. Ehm, no, non cercavamo manuali ma un gioiello, visto in un negozio di Rovigo.

Dentro la Maison Tada della rosata cittadina veneta c'è Linda. È giovane: potrebbe essere una studentessa di epigenetica o di violoncello, invece conduce all'uncinetto un filo di cotone a catenella per fare microabitini, con cui inguaina sfere in legno di varie dimensioni, che poi infila nella catenella da annodarsi dietro il collo con un fiocchetto. Gialli, verdi, rosa, azzurri sono petalosi, senza dubbio, gai come giostre, teneri che ti vien da morderli, perché devono affascinare il bambino più capriccioso nella vita di una femmina: un ometto o un'ometta di tre-quattro mesi. Tra le perle è infilato un anello in legno. «Mia madre dice che sono portata per l'uncinetto. Fin da bimba mi piaceva lavorare col filo, ma non credevo che un giorno ne avrei potuto trarre un mestiere» racconta la giovane donna veneta, pelle diafana, capello scuro, autrice insieme a Francesca di gioie che possono diventare un nuovo culto dell'eleganza femminile, visto che le due socie hanno ricevuto ordini da negozi modaioli. Neppure lei conosce l'origine di queste meraviglie dalla storia sepolta, come altri dettagli che popolano il femmineo armadio, e che testimoniano come sia filò che filo passino di donna in donna. «Me le ha insegnate una signora queste collane, non di Rovigo, a cui a sua volta le ha insegnate la madre».

La traccia della bellezza è di questa stirpe: la madre della madre della madre. Abbiamo cercato nei libri, in internet, e a questo punto forse solo qualche lettrice ci potrà aiutare, ma tutto quanto abbiamo saputo è che le collane vengono dalla tradizione anglosassone. L'uso ha stimolato l'ingegno, l'ingegno che nasce dal dolore e dal piacere insieme, come sempre accade.

Tra il terzo e il quarto mese il bambino scopre il mondo e agita le manine per afferrare tutto quanto vede: gratta il neo sul seno della mamma, afferra e strappa i capelli, graffia la pelle. La collana è come la marmellata, perché il fantolino, colpito dai colori e non solo, la tocca, la stringe, l'accarezza e può infilare la manina nell'anello in legno centrale. Un meraviglia, un gioco: i due incantesimi più belli dei decori femminili.

«Sto azzardando colori fuori dalla sfera neonatale. Grigi e neri, marroni e melanzana, moka e toni acidi perché sempre più donne mi chiedono la collana, non certo per allattare». Questo semplice monile di certo è stato nei cassetti delle ave e ora ci rientra, ma non solo per le puerpere, quanto per le signore che vanno alla ricerca di un'immaginazione nutriente, di un gusto tra dolcezza e acquolina che è il latte. Ci è sorto un dubbio: anticamente la collana tucur è nata così? Un girocollo per evitare alle mamme d'essere martoriate dal neonato, diventato poi una carineria da esibire. Rovigo è anche la città in cui si è scoperto il più antico opificio europeo per il taglio dell'ambra, che un tempo si dava da masticare ai piccoli quando spuntavano i primi denti. Un oggetto addosso a noi è come Cristoforo Colombo: credi di aver scoperto le Indie e poi vi facciamo trovare l'America. Così una vecchia tradizione creata per far diventare grandi gli umani, eccola lì può far diventar grande il mercato, vorace di cose nuove, tirato come si sa dal capriccio femminile, questo fiume che allatta a profusione.