Il «Colosso» di Ugento e i suoi tesori

I bianchi baffi e il volto austero come mille altri baffi e volti dell’Ottocento. Adolfo Colosso era un signore nobile della terra salentina, portò negli anni suoi, dal 1854 al 1915, civiltà e cultura in questa terra lontana, Ugento, tra Gallipoli e Leuca, ultimo spicchio d’Italia davanti alle acque dello Ionio. E la città assolata e discreta ne conserva le tracce e la memoria dovunque, nelle piazze, nelle strade, nei palazzi; sue, di Adolfo, le opere di urbanizzazione, sue le fabbriche di olio e sapone, fu lui a portare per primo la luce elettrica, fu lui a catalogare i reperti archeologici della civiltà messapica risalenti al secolo VI avanti Cristo e quelli dell’era altomedievale, teste, anfore, monete ritrovate dai contadini nei latifondi del barone che, come testimoniano le pagine di un libro edito nel 1888 dello scrittore Cosimo De Giorgi, provvide alla catalogazione e all’esposizione di quei primi oggetti recuperati, per caso, durante opere di scavo e murarie, tra gli olivi e gli agrumeti.
Quasi cento anni dopo, il nipote, che porta lo stesso nome ma non ha baffi ed è quieto nel dire e nel fare, ha voluto accarezzare non soltanto la memoria del nonno ma tutte le sue imprese. È stata così inaugurata a Ugento la collezione archeologica Adolfo Colosso, la quarta per importanza tra le raccolte private d’Europa, 794 reperti di cui 231 esposti, per il momento, oltre a 271 monete anche di epoca bizantina, riuniti e custoditi nelle teche di uno dei locali delle antiche scuderie sottostanti casa Colosso, una splendida dimora cinquecentesca, passata nel Settecento alla famiglia che offrì notti di riposo al fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, re di Spagna, detto «Pepe Bottiglia» per il suo vizietto di darci dentro con l’alcol.
La casa è stata restaurata e ridata a nuova vita, tra arredi e dipinti (tra questi le tele di Luca Giordano, di Giovan Battista Ruoppolo e una magica tavola della scuola leonardesca), da Paola, inesauribile e raffinata moglie, e dallo stesso barone che ha dato in comodato d’uso per anni undici questo patrimonio artistico e culturale, in collaborazione con l’Unione Europea, il comune di Ugento, la Provincia e la Regione Puglia. Una testa di Apollo, a tutto tondo in pietra tenera, di provenienza tarantina risalente al III secolo a.C., un cratere appulo a figure rosse con scene di simposio, rappresentano i pezzi migliori della collezione curata dai giovani studiosi provenienti dalla scuola di Francesco D’Andria e dallo studio di consulenza archeologica pugliese.
Paolo Schiavano, tra questi, illustra e spiega il percorso storico dei reperti, raccolti a tema, il simposio, la cura della bellezza femminile, i riti funerari e la produzione in ceramica, prodotti tipici dell’artigianato, le trozzelle (le anfore tipiche della Messapia), i piatti in vernice bruno rossiccia, le lucerne del periodo greco ellenistico, italico e romano, le terracotte femminili, un elmo pileo, numerose epigrafi in lingua messapica e latina, ninnoli, ancora in terracotta, per i bambini.
Un filmato, in dvd, trasmesso sullo schermo al fondo della sala, riannoda attraverso fotografie d’epoca, scritti e il racconto di una voce, gli anni eroici di Ugento e del barone fondatore che non vide però completata la sua avventura per un fulmine di Zeus, si diceva allora, un infarto che lo colse, camminando tra gli olivi, quando apprese la notizia dal figlio Luigi che sarebbe partito per la Grande Guerra. Adolfo Colosso riascolta oggi, e rivive così, con gli occhi lucidi, quella pagina antica della sua famiglia, lungo il percorso della collezione, riaperta alle visite. Al piano superiore, nella dimora del barone, vive un’immensa opera libraria scientifica, a completare la memoria di un signore antico. La collezione (Palazzo Colosso, via Messapica 28) è visitabile tutti i giorni (9-12; 18-21).