Colpevole, con aggravanti generiche

Dal dibattito che abbiamo ospitato nei giorni scorsi sono emersi i mali
della Repubblica del sapere L’Italia deve recuperare il suo slancio "umanistico" perduto, con un pizzico di follia in più

È curioso il fatto che a intervenire sul nostro tema (la necessità di istruire un «processo alla cultura») siano stati chiamati ben quattro importanti filosofi e non, per esempio, scienziati, ricercatori, rettori universitari, direttori di quotidiani, critici, capiredattori culturali, editori, oltre che - va da sé - poeti, scrittori, musicisti, uomini di cinema e di teatro. Forse si è affermato il pregiudizio che, in cultura, da noi, ciascuno coltivi il proprio orticello senza curarsi troppo degli altri, e che solo un filosofo sia in grado, se non altro per mestiere, di operare sintesi.

Tuttavia non sembra che le parole dei filosofi suggeriscano ampie sintesi. Gli interventi di Massimo Cacciari e Giulio Giorello sono antitetici su diversi punti. Cacciari preferisce l’editoria italiana, Giorello quella straniera. Cacciari insiste sugli scienziati in fuga, Giorello sottolinea l’ottima salute della saggistica scientifica in Italia.
Su due punti c’è, invece, l’accordo: sui festival culturali e sull’università. Dell’università parliamo dopo. Sul primo i due, che partecipano a diversi festival, raccomandano in coro di non fare gli schizzinosi. Obiezione accolta.

Da parte sua Giacomo Marramao, obbedendo a un’istanza critica più marcata rispetto ai predecessori, ricorda Pasolini. Piaccia o no, Pasolini è stato «l’ultimo che ha riflettuto sul rapporto tra lavoro intellettuale e mentalità collettiva degli italiani». Non so se sia stato proprio l’ultimo. Io aggiungerei, a esempio, Giorgio Gaber. Ma per essere come Pasolini ci vuole quel «pizzico di follia» - come disse Gianfranco Contini in una delle ultime interviste - che oggi è merce rara. Siamo diventati tutti seri, poco cicale ma troppo formiche: tutti abbiamo le nostre cose da difendere, altro che Socrate.
Il problema importante è, piuttosto, quello dell’università. Se su altri temi si sentiva odore di freno tirato, su questo Cacciari e Giorello non hanno dubbi: è necessario abolire il valore legale della laurea.

Questo è il vero grimaldello, il punto su cui far forza se si vuole ripensare per intero e rilanciare il ruolo della cultura e della sua comunicazione nel nostro Paese. Ma non è solo un problema di sana competitività, come è stato giustamente sottolineato. È anche un problema di senso. Quello che i miei genitori chiamavano «il pezzo di carta» non può più dare senso a tre, cinque anni di vita di un giovane, e crea perlopiù illusioni e frustrazioni.
Prima di svolgere una funzione sul mercato del lavoro, il sapere è anche e soprattutto un valore fondamentale in sé, e la cultura è un bene per l’uomo, ossia ci rende più umani (e questo è vero tanto per le lettere quanto per le scienze). Una buona classe intellettuale, fra atenei e festival, fiere e contratti editoriali, teatro e cinema, platee e commissioni, ha il dovere di vigilare, con discrezione, su questo valore importante ma fragilissimo, facile a perdersi fra le tante sirene che cantano intorno a noi. Alimentando la capacità critica e il gusto, sacrosanto, della resistenza, che non può essere solo una faccenda per i vari Crozza, Corrado Guzzanti e Beppe Grillo.