Colto, umile, pratico Lo statista rigoroso dal volto umanista

Quando Giulio Andreotti, l’11 maggio 1948, si recò da Luigi Einaudi per offrirgli la candidatura alla presidenza della Repubblica, si trovò di fronte un uomo «esemplarmente sereno» che oppose una quasi disarmante resistenza. Andreotti annotò nel suo diario: «Ha un’obiezione forte: un Presidente zoppo e con il bastone rappresenterebbe male la Repubblica». L’argomento era risibile, ma sarebbe stato ripreso. Giovanni Ansaldo, per esempio, commentò così, con una punta di cattiveria, una delle prime uscite pubbliche del presidente: «Certo, Luigi Einaudi è un uomo probo. Si dica quello che si vuole, ma anche l’occhio vuole la sua parte; e l’avere per suo primo Presidente un Geppetto è pure una iattura per questa povera repubblica».
Mai previsione si rivelò più fallace. Il settennato di Einaudi si rivelò una fortuna. Questo economista di sentimenti monarchici assolse il mandato con senso dello Stato, correttezza e imparzialità in un periodo difficile della nostra storia. Piacque il suo discorso di insediamento per lo spirito profondamente liberale, nel senso più alto del termine, che lo animava. Piacque per il riferimento alla Costituzione come strumento per «conservare della struttura sociale tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata» e per «garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile dei punti di partenza».
Quando fu eletto presidente Einaudi aveva 74 anni. Era molto conosciuto come un illustre studioso, ma anche un attento commentatore di politica ed economia. Accanto all’attività accademica, che iniziò giovanissimo (divenne professore ordinario di Scienza delle finanze nel 1902), aveva condotto battaglie giornalistiche a favore degli ideali liberali e liberisti fin dall’inizio del secolo. Aveva condannato interventismo statale, nazionalizzazioni, tentazioni monopolistiche, protezionismo doganale, nonché «parassitismo operaio» e socialismo accusati di spingere il Paese verso un «medievalismo corporativistico» e la burocratizzazione della società. Memorabile era stato il giudizio negativo sul governo di Giolitti, a suo parere guidato da «mentalità semplificatrice» e da empirismo spicciolo piuttosto che da compiuta concezione liberale.
Le polemiche giovanili avevano già rivelato una precisa concezione liberale della vita e della società, che lo aveva spinto a giudicare in maniera negativa la classe politica del suo tempo composta di uomini «che si dicono liberali» ma che liberali non erano perché il loro operare era frutto di «un certo solido buon senso confortato dallo stato di necessità». Il liberalismo di Einaudi recuperava la tradizione inglese, quella di Alfred Marshall e John Stuart Mill, e la coniugava con quella italiana: Antonio De Viti De Marco, Maffeo Pantaleoni, Vilfredo Pareto e, in campo politico, Gaetano Mosca.
Dopo la prima guerra mondiale, Einaudi si occupò di problemi internazionali sia sotto il profilo economico sia sotto quello politico. Discusse della stabilizzazione delle monete europee e criticò la Società delle Nazioni. Come la maggior parte degli esponenti del vecchio liberalismo, anche Einaudi manifestò una iniziale simpatia per il programma economico del primo Mussolini: simpatia però non priva di riserve per il fatto che il governo sembrava scegliere la strada delle «riforme a spizzico» anziché quella delle «riforme organiche». Il distacco dal fascismo e l’opposizione al regime maturarono presto. Ebbe inizio così un periodo di raccoglimento e operosità scientifica che impegnò Einaudi nella stesura di lavori importanti e in un vivace confronto con Keynes che egli considerava un genio del paradosso, uno snob disposto ad autocontraddirsi pur di remare controcorrente. Tornato alla ribalta della scena con la ripresa della vita democratica, Einaudi fu governatore della Banca d’Italia, deputato alla Costituente, vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio. Poi, infine, presidente della Repubblica.
L’incarico di capo dello Stato lo assolse con grande stile. Un suo scritto d’occasione, dal titolo Torniamo allo Statuto, ne dà la misura. Dopo aver ricordato l’abitudine spagnolesca di una lingua infarcita di titoli e onorificenze, Einaudi concludeva: «Sarebbe tempo che si tornasse dappertutto, nelle costumanze ufficiali e sociali, nel parlare e nello scrivere, alla antica semplicità, e abbandonassimo le recenti non lodevoli abitudini di un linguaggio arlecchinesco, che devono essere cagione di stupore non piccolo ai nostri alleati, usi a vivere in quei paesi dove la democrazia nuova non ha fatto dimenticare le antiche forme del vivere aristocratico, che vuol dire fine e semplice». Parole che sarebbero state bene in bocca a un conservatore inossidabile come Ansaldo. Ma in fondo, Einaudi, liberale e liberista, fu anche un conservatore. Studioso ineccepibile, fu pure un moralista e, a suo modo, un pedagogo, convinto che l’economia dovesse avere una funzione educatrice. Poco prima della morte ribadì il concetto che l’economista deve saper cogliere «i legami tra l’operare economico e l’operare politico o morale o spirituale». Un’idea che assimila la figura dell’economista a quella di un umanista.