Com’è poetica la sapienza del grande Platone

Un saggio di Franco Ferrari sui miti del filosofo greco

Platone, il fondatore della filosofia, Platone il sommo, lo straordinario drammaturgo dei dialoghi di Socrate, il forgiatore nell’Occidente di miti intramontabili, la caverna, il volo verso il mondo ultraterreno, la realtà dell'anima, è da sempre segnato da una «colpa»: nella sua città ideale, nella sua adamantina Repubblica, devono essere banditi i poeti. Da sempre quindi nell’immaginario collettivo Platone rappresenta la filosofia contrapposta alla poesia, vale a dire il mondo del logos, che potremmo tradurre malamente «ragionamento», contro quello dell’intuizione immaginativa, che invece esprime decentemente la realtà della poesia. Non è così, come attesta la lettura delle pagine in materia: dalla città ideale dovevano essere banditi gli idoli, cioè i falsi dei, e gli dei del pantheon greco erano posticci, oltre che vendicativi, indifferenti, viziosi, crudeli. Atena, pur meravigliosamente protettiva con Ulisse, inganna l’eroe troiano Ettore, usa la sua natura divina per condurre a morte un uomo generoso nel fatale scontro con il greco Achille. A questa natura amorale degli dèi greci, corrisponde la realtà del mondo che essi frequentano, convivendo con noi umani pur essendo contemporaneamente olimpici: qui, su questa terra, ha luogo e finisce l'unica esperienza di vita possibile, dopo è il nulla, il buio eterno, l'oltretomba greco è popolato di ombre disperate e insignificanti.
Troppo facile contrapporre, come ha sempre fatto una cultura disinformata, fino all'inizio del Novecento, questo mondo a quello cristiano. Certo la differenza è radicale, netta, ma in realtà l’orizzonte greco si differenzia da tutti quelli dell'antichità (escluso lo strano caso della Cina) per la sua assenza di una prospettiva metafisica ultraterrena, dominante invece nella religione degli egizi, dei babilonesi, dei persiani. Nel prodigioso V secolo a.C. gli animi più grandi della Grecia avvertono questa debolezza del Pantheon, peraltro potente suscitatore di energie e splendori in vita, e mentre nel teatro ateniese i cittadini assistono alla tortura del dio Prometeo, incatenato a una rupe in una terra remota, col fegato roso da un rapace, punito da Zeus capo degli dei per avere donato il fuoco agli uomini, mentre insomma Eschilo, il massimo dei poeti tragici di quell'età travolgente, adombra e auspica l'avvento, o la scoperta di un altro dio, misericordioso, capace di sacrificarsi per noi uomini, un dio che ci ami infinitamente, Platone, spesso per bocca del suo personaggio Socrate, dice cose analoghe. Quegli dei non possono bastare, esiste un altro mondo prima e dopo la vita e nel quale la vita si giustifica, il mondo eterno dell'Anima e delle Idee.
Platone, quindi, non bandisce la poesia, ma i due poeti nella cui opera massimamente si manifestano gli dei olimpici: Omero e Esiodo. La sua censura non riguarda affatto la poesia, ma la religione che i due poeti più celebri rappresentano. A quel mondo divino, considerato fasullo, il filosofo ne contrappone un altro, il regno puro ultraterreno dove l’anima ha origine e sede.
Implicitamente essendo un grande narratore, un pensatore che si esprime sempre in forma drammatica (i dialoghi, appunto), e spesso narrando miti, si può immaginare che Platone si senta iniziatore di un'altra poesia, drammatica e mitologica allo stesso tempo. Al bivio, tra civiltà dell'argomentazione e civiltà del mito, tra il ragionamento stringente e l’incanto proveniente da un passato lontano. Un tema importante e discusso, su cui ora interviene in forma smagliante e con esiti sicuramente non effimeri Franco Ferrari, che ha scelto e isolato dal corpus platonico i fascinosi miti che attestano la natura ispirata, sapienziale e poetica del filosofo (I miti di Platone, Bur, p.360, euro l2), esaminandoli alla luce del pensiero platonico nella sua complessità e nella sua polifonicità. I rapporti tra pensiero e favola, dialettica e sogno, persuasione e visione ne escono in una prospettiva arricchita, nuova: cosa difficile quando si affronta un autore capitale, su cui si è scritto di tutto. Pur avendo un'idea del mito differente da quella che mi pare emergere nel pensiero di Ferrari, in breve una concezione più «forte», come racconto di un evento realmente accaduto, non vedo nel suo studio affatto sminuita la dimensione mitica di Platone, anzi credo che la lettura sia estremamente equilibrata e necessaria. Consiglio il libro a chi conosce Platone e a chi lo vuole leggere per la prima volta, e ringrazio l'autore per l’illuminante saggio introduttivo i cui effluvi fosforici rivelano intelligenza e dedizione felicemente fuse.