Il commento C’è una Madonna nel lager birmano

Quanto davvero conta nella vita quasi sempre si confonde, sfuma nei confini della favola: e beata o orrenda che sia, essa comunque si svela alla fine più vera della realtà. Com'è, a ben pensarci, quanto sta succedendo in Birmania, irreale, esagerato come la stupidità dei cattivi e la bellezza di una principessa. Ma proprio perciò più vero, capace di imprimersi nell'anima, come la bellezza di San Suu Kyi prigioniera senza colpa, che si sente rinnovato il carcere da un arbitrio smodato, e sviene. E qui non conta più che costei sia un Premio Nobel che da 19 anni si immola, o la cattiveria potenziata sempre dalla stupidità dei comunisti. Miserie, in confronto al suo viso, di donna non più giovane che però diviene sempre più bella, in un che di irreale, difficile da spiegare. Come se il dolore dell'ingiustizia, continua e sfacciata, e quel suo delicato replicarvi, ogni volta con parole gentili, si mutassero in bellezza emanante. Il mistero di questo viso di donna è il coraggio dei miti, i quali non dicono male nemmeno del male. E distillano quanto sulla terra è bello e buono, come solo riescono a fare le favole che meravigliano la mente dei bambini. Perché dopo si cresce. E la vita diventa prosa; e ci si dimentica che in verità l'immaginazione supera la realtà.
Come la supera pure la storia di quel tale diciannovenne Eric Arthur Blair che nel 1922 divenne, proprio a Burma, ufficiale della polizia imperiale britannica. E vi resistette in color cachi, armato di pistola e delle sue sicurezze morali per cinque anni. Ma poco alla volta in quei luoghi si riconobbe fuori del tempo. Se ne andò; visse in povertà, divenne scrittore e con il nome di George Orwell scrisse l'esito più terribile del nostro tempo. Come nelle coincidenze di una favola uno dei suoi primi scritti si chiamò Burmese Days. Poi arrivarono La fattoria degli animali, e 1984 giudicati ormai in Birmania libri profetici, capiti meglio che da noi. Infatti dopo che l'indipendenza dagli inglesi, nel 1948, si badi solo un 8 invertito al posto del 4 di 1984, arrivò per i birmani la dittatura militare. Li sigillò dal mondo, ma lanciando con prosopopea «la via burmese al socialismo». Non solo la mutò in una delle nazioni più povere del mondo, ma incarnò i più orrendi presagi dei libri di Orwell. Quelli d'una Birmania dove la fattoria umana viene torturata da una brutalità senza remore per cui si deve diffidare persino dei figli educati a spiare.
E m'ostino a chiamarla così, invece di Myanmar, perché gli invasati che gli hanno cambiato nome non possono mai farne una giusta. Il Consiglio di Stato per il Ripristino della Legge e dell'Ordine di quel paese è la sigla orwelliana di una dittatura archetipa. Ma naturalmente di essa la Cina seguita a essere complice, con tanto di visita, il 25 marzo scorso, del Partito Comunista cinese a Rangoon. Pochi giorni... e arriva il pazzo subito usato per incolpare di niente, dunque in quel regime orwelliano di tutto, la San Suu Kyi. E però lo spirito resta più potente di qualsiasi male, la materia ne è solo la forma rotta, frantumata. Ed ecco la foto sui giornali, di lei bellissima, che non invita alla lotta, ma all'armonia, come prevede la quarta rettitudine del nobile ottuplice sentiero del Buddha. Lo stesso applicato da quei poveri monaci che in una nazione dove la gente muore di fame e per niente è torturata, replicavano ai soldati pronti a sparargli, di stare pregando anche per loro. Ecco manifesto quanto di più ripugnante v'è nel materialismo; e però già dissolto dal bene. Perché quel viso di donna, come in una favola, per mistero diventa sempre più bello, e potente. Emana il mistero di una bellezza, che l'Occidente almeno dal Medioevo si è educato a obliare: di una bellezza morale, come è quella di ogni donna quando rassomiglia alla Madonna.