Il commento Ci manca quella voglia di rompere gli schieramenti

Scrisse Malaparte che La Voce era stata «la serra calda del fascismo e dell’antifascismo». Con il senno di poi il giudizio è storicamente esatto, ma la storia è un esercizio in progress e non una formula algebrica e quindi vale la pena di spiegarlo meglio, se vogliamo capire che cosa la rivista di Prezzolini significò allora e perché oggi, al di là delle diversissime realtà sociali, economiche, culturali, un’esperienza del genere non sia riproponibile.
In L’italiano inutile, Prezzolini riassunse così quell’esperienza: «Ci voleva qualcosa che passasse i nostri individui e toccasse la società e, in un certo senso, s’innestasse con la storia. Chi lo sapeva? Forse modernisti, sindacalisti, crociani, ricercatori di nuovi doveri della scuola, socialisti stanchi del marxismo, repubblicani annoiati del mazzinianesimo, monarchici che ambivano a un’attività sociale e politica più viva del grande istituto ereditario rappresentante la nazione, minoranze di tutte le maggioranze soddisfatte e stanche, non avrebbero potuto riunirsi e dire e dare all’Italia una parola o un’azione?».
La Voce fu per la prima volta in Italia il giornale in cui si cercò di pensare simultaneamente ciò che fino ad allora era stato pensato separatamente. C’era la destra stanca di essere stancamente e iterativamente destra, c’era la sinistra che non ne poteva più di essere la caricatura idolatrica di sé stessa... Una celebre formula dovuta a Giovanni Amendola, «L’Italia com’è oggi non ci piace», riassumeva quanto sopra e tracciava il cammino da seguire: una sorta di primato e insieme di riscossa nazionale, l’idea di una nazione giovane quanto a storia unitaria, antica per memoria e tradizioni, chiamata a recitare un ruolo non secondario nel palcoscenico internazionale.
Lasciamo ora da parte tutto il resto: il ruolo e il peso della cosiddetta «classe dei colti»; il giolittismo come sistema politico bloccato che fece del trasformismo una logica di governo; l’equivoco di una figura «centauro», metà politico e metà intellettuale, che ebbe nell’esperienza vociana un ruolo e un peso (Salvemini a sinistra, Amendola a destra, Mussolini al di là della destra e della sinistra); la straordinaria fioritura intellettuale del periodo (c’è Soffici e c’è Boine, c’è Papini e c’è Slataper, c’è Jahier e c’è Missiroli, c’è Croce e c’è Gentile... e viene il mal di testa e la malinconia solo a enumerarli). Soffermiamoci invece sul punto essenziale. Allora saltarono gli schieramenti e in quella che, comunque, era un’Italia in ascesa e in cammino, i particolarismi, la difesa dello status quo non riuscirono a impedire il rimescolamento delle carte ideologiche e l’eterodossia delle alleanze di pensiero in vista di un diverso sistema di valori.
Oggi, che l’Italia è in discesa e in decadenza, una lenta diarrea che l’ha spossata e ne inibisce qualsiasi volontà di cambiamento, è nella perpetuazione degli steccati, un brulicare di vermi su un pezzo di carne andato a male, che si consuma la nostra odissea intellettuale, politica, civile. Ciascuno difende ciò che ha e teme la contaminazione perché sa bene che essa lo metterebbe fuori dal consorzio del «politicamente corretto» che ne assicura la sopravvivenza e, spesso e volentieri, quel quid in più di onori e favori che la trasformano in rendita di potere.
Oltre a ciò, naturalmente, c’è il vociano Prezzolini, che allora era ben diverso dal disincantato anarchico-conservatore del secondo dopoguerra. Una sua prosa poetica del tempo rende l’idea: «Io non sono un genio/ e neppure un imbecille/ sono soltanto un uomo d’ingegno./ Scusate se qualche volta non si ricorda abbastanza/ come sarebbe mediocre/ quest’uomo medio ch’io sono/ se non sapesse d’esser mediocre,/ e vana ogni sua cosa/ che non sia al servizio degli altri./ Non è più mediocre/ dal punto che sa d’esser mediocre./ L’opera:/ Ordinare/ coordinare/ organizzare./ L’ingegno scoprire./ Il coraggio/ rinunziare. /Il merito/ donare./E poi?/ Finire».
Fra i narcisi, appassiti e no, di oggi, ci sarebbe posto per uno così?