«Come compagno di collegio Dylan Dog è un po’ antipatico»

La parola che ricorre di più nell’eloquio di Paola Barbato è «paura», nelle varie declinazioni di «spavento», «terrore», «angoscia», «disperazione». È una pura osservazione statistica. A vederla, questa donna che si attribuisce già quarant’anni, ma non ne ha ancora 39, sembra una ragazzina. Il momento professionale è buono, molto buono. Oggi esce per Rizzoli il suo terzo romanzo, intitolato Il filo rosso (pagg. 349, euro 19), che segue i due successi di Bilico (2006) e Mani nude (2008). Storie noir, anche a tinte forti, contigue talvolta ai temi del fumetto. Non a caso lei è l’unica sceneggiatrice femmina, insieme a dodici maschi, di Dylan Dog, «l’indagatore dell’incubo», inventato da Tiziano Sclavi a metà degli anni Ottanta e che ha portato fortuna a tutto il gruppo della casa editrice milanese Bonelli. I diritti dei suoi libri vengono subito venduti al cinema. Lei stessa è sceneggiatrice, anche per il piccolo schermo. Una fiction con Fabrizio Bentivoglio come protagonista è andata in onda su Sky. S’intitolava Nel nome del male.
Il primo autore che cita, nel suo studio-rifugio di Desenzano sul Garda dove la incontriamo, è Stephen King, uno che di angosce ne ha sempre avute parecchie, ma le ha monetizzate come pochi altri. «Di King ho letto tutto, però a un certo punto non l’ho più riconosciuto. Dopo Dolores Claiborne. Quando King ha smesso di scrivere le sue prefazioni ai lettori, tutti noi di vecchia data ci siamo accorti che non scriveva più perché aveva qualcosa da dire, ma perché aveva un contratto. Altri autori che apprezzo sono Mario Vargas Llosa, Oriana Fallaci, Barbara Alberti, Daniel Pennac, Stefano Benni, Italo Calvino».
Vargas Llosa sostiene che si scriva per ricomporre una realtà a proprio piacimento. Lei?
«Credo che la realtà in cui viviamo sia drappeggiata da troppe cose che la coprono. Non dico che bisogna “togliere il velo”, è troppo aulico. Ma davanti a una cosa nascosta si ha un atteggiamento abulico. C’è un tentativo di nascondere la realtà in modo che la gente non abbia paura, ma non ha senso. Non avere paura è la cosa più stupida».
Il filo rosso è imperniato sull’elemento della vendetta. Il protagonista è un uomo medio che diventa, con difficoltà, giustiziere. Una vittima carnefice. Come è arrivata a questa idea?
«Non credo nei personaggi eroici, credo che tutti abbiamo la potenzialità di essere qualsiasi cosa. Poi sono le circostanze a decidere per noi. Qualsiasi evento traumatico, positivo o negativo, cambia tutto in noi. Pensi a una malattia come quella detta “di Huntington” che ha ucciso un mio caro amico e per combattere la quale ho fondato un’associazione. Pensi a un figlio. Può terrorizzare».
Non è una fragilità tutta occidentale? Non siamo noi benestanti che siamo spaventati da tutto?
«Sì, ma solo riconoscendolo si può vivere bene. Io sono spaventata soprattutto dai miei simili. Quando entro in una stanza mi guardo intorno per vedere se c’è un oggetto contundente per difendermi. Bisogna mirare agli occhi, al naso, alle orecchie, che sanguinano molto, ai piedi, eventualmente ai genitali, in caso di maschio».
Il suo rapporto con Dylan Dog?
«Quando si scrive tutti i giorni di un personaggio si crea un legame, però ci sono tante cose che non mi piacciono di lui. È come un compagno di stanza in collegio. Ci stai sempre insieme, anche se magari non sopporti molti suoi aspetti».
Che vita fa Paola Barbato?
«Mi alzo intorno a mezzogiorno: il mio compagno fa da mangiare. Nel pomeriggio sbrigo le pratiche di casa, faccio le telefonate, il lavoro di ordinaria amministrazione, le correzioni. Poi sto con mia figlia, ceno con il mio compagno, resto un po’ con lui, vado in studio alle undici di sera e lavoro fino alle quattro. Mi sento più libera la notte. A volte guido, perché mi rilassa. Ho sempre scritto, anche quando non mi pagavano per farlo, per me è il canale prioritario di comunicazione».
Ma lei vuole fare della narrativa, della letteratura, della narrativa di genere, di evasione o che cosa?
«È la domanda peggiore che mi abbiano mai fatto nella mia vita. Non c’è una risposta che mi faccia fare bella figura. Non ho nessuno scopo. Scrivo perché mi dà gioia. Io non sono una persona solare. Non riuscirei a scrivere libri gioiosi. Non riuscirei mai a scostarmi dal clima, dal tenore e dalla tensione che c’è adesso».
Insomma, Paola Barbato vuole avere paura. A tutti i costi. E possibilmente, farne anche a noi. Siete avvertiti.
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