Il conflitto che nessuno potrà mai vincere

La superiorità militare consente a Israele vittorie parziali, ma le
sconfitte palestinesi originano rabbie e attentati suicidi

Nessuna nazione può accettare senza reagire che parte del suo territorio, varie sue città, frazioni del suo popolo siano bombardate, a riprova - sebbene le perdite siano limitate - che si vuole distruggerla. È dunque legittimo che Israele voglia finirla con tale situazione. E Hamas, autore dei bombardamenti, non ha mai riconosciuto Israele. Ma nessun popolo - e i palestinesi sono uno Stato e una nazione in formazione - può accettare senza ribellarsi che non gli sia data nessuna uscita, che mura e sbarramenti impediscano la libera circolazione dei suoi cittadini, che un blocco di fatto la rinchiuda nella carestia e nella disperazione, e che una colonizzazione ne eroda il territorio. Andrebbe esaminata tutta la storia del fronteggiarsi fra israeliani e palestinesi da oltre mezzo secolo per cogliere responsabilità e occasioni d'intesa mancate dal 1948.

Scrive il romanziere israeliano Avraham Yehoshua: «L'ostinazione, la stupidità, l'integralismo, la malafede, l'odio, la disperazione e i fantasmi regnano nei due campi, sì, nei due campi» . In realtà, e più crudelmente, diciamo che israeliani e palestinesi credono che l'Altro, il nemico, voglia la loro morte; la folle logica di questa certezza si riassume così: «Uccidere l'Altro prima che ci uccida!». E chi non la pensa così è un «traditore» in ogni campo. Ad assassinare il premier Rabin, eroe nazionale delle precedenti guerre, è stato un israeliano; e i militanti di Hamas giudicano meritevoli di morte quelli di Al Fatah. In Palestina una larvata guerra civile oppone fra loro i palestinesi. In Israele, Stato democratico, le tensioni sono meno forti, eppure Rabin è stato assassinato.

Che fare? La situazione è tanto più inestricabile perché le passioni religiose, il peso della storia - il ricordo della Shoah - rendono più difficile ogni abbozzo di soluzione. Ma la situazione non può risolversi militarmente. Guerra e violenza sono vicoli ciechi.

La superiorità militare consente a Israele vittorie parziali, ma le sconfitte palestinesi originano rabbie e attentati suicidi. Morire diventa una via d'uscita; uccidere, una soluzione! Così finisce il tempo del «politico». Ci si vuole vendicare: è la risposta immediata. Combattere fino alla morte apre le porte della Salvezza. Non potendo vivere, diventiamo martiri per andare in paradiso. Contesi fra il «presente» e l'«eternità», si abbandona la politica, che è discussione, negoziato, compromesso.

È la Tragedia! L'Europa rischia di esservi coinvolta. Le esplosioni di laggiù echeggiano nelle nostre nazioni. Le comunità religiose si riuniscono e manifestano in piazza del Duomo. Che fare? Sperare che l'Onu, l'Ue, gli Usa di Obama influiscano sui due campi per una soluzione ragionevole. Due Stati che s'accettino l'un l'altro. Utopia? Altre possibilità? La guerra regionale? L'Iran, presto potenza nucleare, schierato con Hamas a sud d'Israele e gli hezbollah libanesi a nord? E l'antisemitismo e gli attentati? Dopo Madrid e Londra, quali altre capitali? Fra crisi finanziarie ed economiche, le passioni accecano e il fuoco divampa subito.
(Traduzione di Maurizio Cabona)