Consoli, Cristicchi, Silvestri: grandi talenti incapaci di sognare

Cresce una nuova generazione di musicisti di qualità, ma il confronto con la vecchia guardia di De Andrè e Guccini è spietato

Milano - Il raffronto è blasfemo ma intriga: riascolti La paranza, varata da Daniele Silvestri nel mar di Sanremo, tra euforie di libertà e aromi di pesce fritto, e ti s’affaccia alla mente Danson metropoli di Paolo Conte, da poco rifatta dagli Avion Travel. In entrambe ritmo lunatico, affastellarsi d’immagini e parole spagnole a galla in un mare di metafore e nonsensi. Poi, certo, l’analogia finisce qui: il brano di Conte è un incubo alla Bruegel traslato in una metropoli d’oggi, quello di Silvestri è un divertissement marinaro, con l’oceano che offre vie di fuga da doveri e ansie. Sicché viene in mente un altro grandissimo, che è Francesco De Gregori e nell’85 spiegava come «la storia siamo noi/nessuno si senta escluso»: ciascuno si prenda le sue responsabilità, smettiamo di delegarle ai governi e agli dèi.
Obbietta Silvestri: le responsabilità? Io, personalmente, latito. E intitola infatti Il latitante il suo nuovo album: in fuga un po’ da tutto, dalla coscienza e dall’amore, dall’identità sessuale e dal senso comune. Tutta qui, la distanza tra i maestri del cantautorato e i loro emuli, che faticano a emularli. Come potrebbero, del resto: era facile essere eretici, nell’èra di Claudio Villa. Più difficile oggi, che tutte le eresie sono state percorse, tutte le trasgressioni attuate. E così, esauriti i grandi temi, non resta che rifugiarsi nell’aforisma che vieta l’approfondimento, nello scetticismo impotente, nel disimpegno «consigliato» dai discografici. «La musica – cantava Max Gazzé nel 1999 – può salvarti sull’orlo del precipizio». Ma i vecchi maestri nel precipizio ci scendevano, cercavano non sull’orlo, ma nel fondo di esso la speranza d’una catarsi: che baratro dunque tra il ghignetto di Gazzé, «spinto a malapena nelle pagine dell’Arcadia», e il «sorriso tutto denti di cane» dell’Impiccato di De Gregori, ancora lui.
Non che manchino i nuovi talenti. Dall’altra parte del cancello, nuovo album di Simone Cristicchi vincitore a Sanremo, è un disco bello e vissuto, pieno di percezioni del presente. Racconta una civiltà malata di follia, di precariato, di disoccupazione, di qualunquismo e poi il dramma di Piergiorgio Welby, l’ignominia degli scafisti, un mondo di spicciole o cosmiche angosce. Ora si sa, l’ottimismo non s’attaglia ai poeti, né ai profeti, né ai giullari. Ma l’utopia, quella sì: quel filo d’idealismo senza cui, confidava De André a Vincenzo Mollica, «un uomo è come un cinghiale laureato in matematica». E dunque, a Sanremo, Cristicchi ci commuove parlando dei malati di mente per quello che probabilmente sono, farfalle il cui unico volo possibile è quello da un tetto all’asfalto. Altro non è dato, «per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura/puzza di piscio e segatura». Anche De Gregori, ne I matti, racconta anime «piene di spazzatura e di silenzio». Ma ne scopre anche l’eroica allegria, la saggezza sbilenca, le «lunghe ore a riposare/le ossa e le ali», prima d’attraversare «il mattino con l’aiuto di un fiasco di vino». La vivezza, dunque, d’un mondo non necessariamente più malato del nostro.
È forse questo esplorare, con le ombre, le possibili luci che rende più indispensabili gli anziani maestri. La loro muscolosa veggenza: ché se i nuovi cantautori s’arrampicano sui grandi temi con cautela da rocciatori domenicali, i «vecchi» sanno scalarli con la sicurezza del montanaro, aduso alle vette. E i giovani lo sanno: dice Samuele Bersani, classe 1970, dei nuovi cantautori il più dotato, che «m’accontenterei di diventare, a cinquant’anni, un ottavo di De André». E Carmen Consoli rende omaggio a Modugno in L’ultimo bacio, e magari sogna d’avere la voce della «caposcuola» Gianna Nannini, la sua ampia gamma musicale, la solarità dei suoi testi possedendone già l’intreccio di pathos e ironia. Bersani, Consoli: punte massime del nuovo cantautorato, l’uno venuto dalla Romagna, l’altra da Catania, la Seattle nostrana. Del primo mi sovvengono Il mostro («Lo scoop è servito/ basta passare la voce che il mostro è cattivo»: e la memoria corre al Venditti di Penna a sfera), e altre pagine d’un talento ellittico, sincero fino all’autodenuncia di Giudizi universali: «Si può star bene senza complicare il pane/ci si spalma sopra un giretto di parole vuote ma doppiate». Dove sotto accusa è il disimpegno cantautorale, già bollato da De André in La domenica delle salme: «Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio/col pianoforte a tracolla vestiti da Pinocchio/voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti/per l’Amazzonia e per la pecunia/nei palastilisti e dai padri Maristi/voi avevate voci potenti/adatte per il vaffanculo».
Anche la Consoli, del resto, evoca De André in una caustica pagina dello splendido Eva contro Eva, ultimo cidì dell’artista paragonata negli Usa, con enfasi molto americana, nientemeno che a Modugno: e forse c’è qualche debito tra il gigante di Strada ’nfosa e la «cantantessa» che esplora la precarietà dei rapporti interpersonali, i rischi d’amore, la repressione del sentire in una società inaridita. Poi c’è Silvestri, molto amato per l’estroversione scenica e magari per l’ambiguità d’un canzoniere adatto a molti palati: dallo scherzo birichino (Salirò, La paranza) alla rabbia. Dalla denuncia della pena di morte (Aria) all’ignominia dei desaparecidos argentini (Tango). Fino alla satira di Il mio nemico: che «non ha divisa/ama le armi ma non le usa/nella fondina tiene le carte Visa/e quando uccide non chiede scusa».
Ora è arrivato Cristicchi. Tenero, ispirato, certo non alieno – altra differenza tra giovani e vecchi cantautori – dalle sirene del consumismo. Ché il nuovo album invita a trasferire «le suonerie originali di Simone sul tuo cellulare», ma va bè, il disco è commovente e quanto allo spessore, quella è specialità dei mostri sacri, che da Vasco e Fossati, cinquantasei anni, fino a Guccini, sessantasette, continuano a espugnare le classifiche. Insomma, la vecchia guardia tiene, perfino dopo la morte (Gaber, Battisti, su tutti De André). Perché la vecchia guardia ha la pelle dura e il cuore non invecchia: «Ho ancora la forza che serve per camminare - canta Guccini, classe 1940 - picchiare ancora contro per non lasciarmi andare/ho ancora quella forza che ti serve/ quando dici: si comincia».