Al contadino non far sapere che deve essere felice

Il caustico Woody Allen liquidava la faccenda così: «Se i soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria». Dimenticando Epicuro e il pensiero filosofico che ha a lungo speculato sul tema senza trovare soluzione, gli abitanti dell’opulento Occidente si sono messi alla ricerca della felicità. E si interrogano: se non si può comprare, dove trovarla? In commercio si trovano ben 410 libri con la parola «felicità» nel titolo. Si moltiplicano convegni, forum, ricerche. «La ricerca della felicità» è un diritto sancito dalla Costituzione americana (oltre che il film boom della coppia Muccino-Will Smith).
L’argomento è talmente cool che nell’ultimo weekend i lettori dei giornali del gruppo Espresso hanno fatto un pienone di felicità: il Venerdì di Repubblica ha in copertina il faccione sorridente di Matthieu Ricard, definito «l’uomo più felice del mondo»: ha mollato tutto per seguire il Dalai Lama e dopo anni di meditazione le sue onde cerebrali dimostrano che è quindici volte più soddisfatto del resto del pianeta. L’ultimo numero dell’Espresso dedica invece un lungo servizio a Deep Economy («Economia profonda»), il nuovo libro di Bill McKibben (guru catastrofista già famoso per La fine della natura), dove l’autore spiega che l’economia dovrebbe avere come fine non tanto la crescita incontrollata dei beni di consumo, quanto la felicità degli esseri umani.
Ciliegina sulla torta, l’inaspettata uscita di uno scrittore pacato come John Banville, il quale in un’intervista all’Almanacco dei Libri se la prende con il progresso economico dei suoi connazionali: «Fare quattrini ha un prezzo, ed è che l’Irlanda sta perdendo molte delle cose che la rendevano un posto decente in cui vivere. Quando la gente si arricchisce, si indurisce, e l’Irlanda oggi è un posto molto duro». E poco felice. (Non è dato sapere se i ricchi proventi dei milioni di copie vendute da Banville abbiano reso più duro - e meno felice - anche lui).
Con la nuova lettura mista di neopauperismo, terzomondismo ambientalista ed economia radicale si accredita l’ormai stranota teoria secondo cui il Paese più felice al mondo è il Buthan, dove non potendo misurare il Pil (non hanno neppure l’acqua in casa) misurano il Fil (l’indice di felicità pro capite).
Noi stiamo con il vecchio Pavellini, contadino toscano, che da analfabeta aveva le idee chiare sul tema: «Chi rimpiange la civiltà contadina non la conosce. Chi ammira i poveri, vuol dire che è ricco». Insomma, andateglielo a dire voi a chi non ha la lavatrice, che è molto più felice se lava i panni a mano.