CONTE «La poesia è resistenza alla barbarie moderna»

«Ferite e rifioriture» segna il ritorno ai versi dell’autore ligure che fu ideatore negli anni Novanta, con Zecchi e Kemeny, del movimento mitomodernista

Con Ferite e rifioriture (Mondadori, pagg. 149, euro 9,40) il poeta ligure Giuseppe Conte - che negli anni ’90 con il filosofo Stefano Zecchi e il poeta di origini magiare Tomaso Kemeny lanciò il movimento mitomodernista improntato all’utopia di un riscatto della vita e della società attraverso l’arte e la bellezza - torna ai versi dopo un lungo periodo dedicato alla prosa. Un forte accento lirico, lo sguardo sulla fragilità dei corpi (del proprio corpo) che il tempo irrimediabilmente corrompe, l’inno al cosmo e alla natura, all’interno di una versificazione insieme tradizionale e dirompente, innervano il nuovo canto di Conte in questo libro che sembra toccare il vertice della sua produzione (paragonabile forse soltanto alla sua seconda raccolta, L’oceano e il ragazzo, uscita all’inizio degli anni ’80). Un’impennata di lirismo che indugia, dunque, con nostalgia, sulla caducità delle cose, sul tempo che passa non senza però, sottopelle, ovunque, una fede cieca nel divino, nell’amore, nel piacere, nell’energia infinita, inesauribile, metamorfica della vita.
Conte, come si colloca questo libro nella sua produzione poetica, questo ritorno ai versi dopo tanta prosa?
«Questo libro per me è un corpo a corpo durissimo con la mia storia e la mia vita. È un libro di confessione, memoria e utopia. So sulla mia vecchia pelle che scrivere versi richiede abnegazione, donchisciottismo intellettuale, e passione per la verità estrema della letteratura. So che la poesia è l’unica forma di produzione che non ha doveri verso il feticcio del Mercato. So che ho soltanto da perdere scrivendola. Questo è il suo statuto scandaloso, ribelle, che io ho adorato dalla mia adolescenza baudelairiana a qui».
Qual è la situazione della poesia oggi? Da qualche anno sembra che poeti e filosofi stiano tornando a parlare al pubblico ma continuano ad essere indifferenti ai potenti...
«La poesia in Italia ha il compito di tener vivo il demone del linguaggio e la sua profondità e verità. Il vecchio Luzi è stato grandissimo, degno di Ungaretti e Montale. Direi che sul piano mondiale l’Italia è ancora una grande potenza poetica. Hanno ripreso respiro un lirismo nuovo, arcano e contemporaneo, laico e mistico, aperto in certi casi a influenze orientali, e un impegno sociale riformulato, attento a problematiche religiose su basi cristiane, adattato ai tempi e in vista di tempi migliori. Naturalmente ci sono ancora e strillano forte quelli che invece da decenni ripropongono un materialismo ilare, dissacratorio, stantìo, eurocentrico: il loro linguaggio mi appare nullo, la loro visione delle cose da poveracci. Esiste un pubblico popolare della poesia, e me ne accorgo quando leggo un testo su Rai 1. Non esiste invece quasi più una classe dirigente che capisca il valore della cultura umanistica, di cui la letteratura e la poesia sono il cuore. Oggi è proprio la cultura umanistica che è andata in pezzi. Un consumismo post-umano e modaiolo, un miserabile pragmatismo economicista pervade tutto. La poesia è uno dei momenti di resistenza contro questa barbarie».
Che ne è del Mitomodernismo, dopo più di dieci anni dal manifesto? Che ne è del mito?
«Il mitomodernismo è un umanesimo. Non è stato un movimento letterario organizzato, come il Futurismo. È stato una corrente di energia precorritrice. Ha rimesso in circolazione, in maniera problematica e aperta, i temi del mito e della bellezza oggi praticati da tutti e in tutte le salse e usurpati persino da quelli che li disprezzavano».
La nostra cultura cristiana tende a separare nettamente spiritualità e corporeità. La sua poesia no: come si concilia l’attenzione alla materia-madre, ai corpi, al piacere, con il senso del sacro, del divino, dello spirito?
«Il cristianesimo si fonda su un mistero meraviglioso e terribile: quello del Dio che si incarna tra gli uomini. Però è vero che nei secoli ha elaborato una cultura dualista: di qui la carne, il male, di là lo spirito, il bene. Cartesio ha fatto di questo dualismo il fondamento anche del pensiero laico in Occidente. Personalmente, ho innestato su un materialismo mutuato da D.H. Lawrence e da Bataille, ma anche di stampo foscoliano e leopardiano, una infinita ricerca della sacralità del vivere. L’eros mi appare sacro. Il piacere sacro. Il dolore sacro. La natura sacra. Il cosmo sacro. Ho viaggiato molto verso Oriente per fortificarmi in questa concezione. E oggi, dopo esser stato vicino a convertirmi all’Islam, ho ripreso a dialogare con il cristianesimo. In sostanza, io credo nel primato dell’energia spirituale. Eticamente sono tornato monoteista. Ma rimango politeista nell’adorare la bellezza sensibile delle cose e la forza metamorfica della vita, e della poesia».
All’attuale nichilismo post-ideologico c’è chi ha pensato di contrapporre una fede integralista, quella dei neo-cons o di Oriana Fallaci. Dopo aver letto un libro di poesie può rimanere, dentro, una dolce musica e basta, oppure possono depositarsi anche idee forti. La sua poesia comunica idee forti eppure contraddice radicalmente chi crede che l’unica risposta al nichilismo sia l’integralismo. Cosa ne pensa, fuori dai versi, Giuseppe Conte?
«L’Occidente ha perduto l’anima. Non può cercare di rifarsela con chirurgie plastiche, come le starlette si rifanno le tette. Tali sono le posizioni alla teo-cons e alla Oriana Fallaci. Ho letto con stupore i suoi ultimi libri, in fondo ammirato dallo stile chiaro e burbanzoso, ma allibito da tanto abisso di ignoranza. Molti come lei oggi non sanno nulla di nulla dell’Islam. Non conoscono la civiltà araba turca e persiana nel suo complesso, con filosofi, scienziati, mistici, poeti grandissimi. Non immaginano la bellezza di Isphahan e Shiraz, il culto che a Shiraz è tributato alla tomba di Hafis, un poeta e maestro sufi del XIV secolo. Non sospettano neppure la ricchezza dell’angelologia islamica. Tutti i poeti arabi miei amici, dal Maghreb agli Emirati, sono un baluardo contro il fondamentalismo, bevono vino, amano la bellezza. I due ultimi Pontefici romani hanno eroicamente capito che il problema dell’Occidente non è la fede altrui, ma la mancanza della propria. Il proprio isterilimento spirituale. Ridare anima all’Occidente, questo è il futuro, ma un’anima aperta agli altri, fraterna, che dialoghi con le altre culture su un piano di parità, che sappia rivendicare il meglio di sé e farsi perdonare i suoi errori del passato. Che ritorni a credere, ad avere speranza, slancio, gusto della verità e dell’avventura».
lorenzo.scandroglio@tin.it