Il Continente nero ha sete E ora va avanti a tutta birra

Il consumo della bevanda aumenta il triplo rispetto al resto del mondo. Boom della produzione locale

Luigi Guelpa

L'Africa ha sete, ma non solo d'acqua. È la birra ad aver stabilito la logica di un processo universale dettato dalle necessità reali del continente nero, e i 15 miliardi di litri consumati nel 2016 rappresentano un dato emblematico. I numeri dell'anno passato offrono uno spaccato ben chiaro: i consumi globali sono cresciuti dell'1,4%, quelli africani del 4,5%, per un giro d'affari che raggiunge i 13 miliardi di euro, e che toccherà i 20 miliardi nel 2018, quando le percentuali di consumo si innalzeranno del 6%. Neppure il rallentamento dell'economia provocata dalla caduta dei prezzi delle materie prime ha intaccato la maturazione di un settore che definire emergente è ormai limitativo. La birra domina il mercato dell'Africa in virtù di una congiunzione astrale forse irripetibile. Il continente presenta le perfette condizioni di un mercato emergente, una crescente classe media disposta al consumo, un enorme mercato di giovani e anche un controllo dei governi sui consumi al momento instabile. Nel mezzo è indiscutibile il contesto di una popolazione in aumento che vive in una realtà sequestrata dal caldo per 365 giorni l'anno. La birra, soprattutto bionda, ha prezzi accessibili, un presente luminoso e un futuro importante. I colossi mondiali dell'alcol stanno ripensando la propria azione geopolitica, spostando l'interesse verso il continente africano, considerato il più interessante mercato emergente a livello mondiale. Dalle analisi del Fondo monetario internazionale, nei prossimi cinque anni, otto su dieci dei paesi a più rapida crescita, saranno africani, e la birra avrà un ruolo centrale.

Nel quartiere des Almadies a Dakar, una delle zone alla moda della capitale senegalese, i giovani si raccolgono nei locali più trendy per l'ora dell'aperitivo. Le bottiglie di Gazelle sembrano quasi far parte dell'arredamento. Si tratta di una delle birre più leggere di tutto il continente. La produce l'azienda senegalese Soboa, associata al gruppo francese Castel. Con 89 anni di storia è diventata un simbolo del Paese. Pur essendo il Senegal a maggioranza musulmana, il consumo di alcol soprattutto in contesti urbani, è diffuso e tollerato. «Io non gioco, non faccio tardi la notte, non fumo. Vengo qui a bere una Gazelle fresca ogni sera dopo una dura giornata di lavoro. Lo considero uno di quei piccoli piaceri che rendono la vita migliore», spiega Dame Thioune, seduto con amici in un tavolo di La Pointe, uno dei risto-pub più conosciuti della città.

Al boom dei cellulari e delle moto, oggi in Africa si aggiunge anche quello della birra, nell'ottica di un'economia che si adatta alle necessità dei suoi fruitori. La Heineken per esempio ha aperto da circa un anno uno stabilimento in Costa d'Avorio. La birra viene prodotta con il riso locale a prezzi popolari (l'equivalente di 50 centesimi di euro per una media). Ad Abidjan, la capitale ivoriana, la nuova Heineken è sempre più presente nei bar e nei ristoranti. Esattamente come la Guinness, che già sette anni fa aveva intuito il business aprendo uno stabilimento a Lomé, la capitale del Togo, per commercializzare la bevanda anche nelle nazioni confinanti, Ghana, Burkina Faso e Benin. Non c'è quindi da meravigliarsi se Sudafrica (che ha raddoppiato il proprio investimento dai 200 ai 400 milioni di dollari negli ultimi tre anni), Kenya, Namibia, Gabon e Angola, le economie più forti nel contesto africano, siano in cima alle statistiche per il consumo di birra di tutta l'Africa. Anche se per questioni di popolazione (180 milioni di abitanti) è la Nigeria a divorare la fetta più grande della torta.

Castel, Flag, Gazelle, 33 Export, Star, Primus, Brakina, Cuca, Bock, Kilimanjaro, Tusker, ma anche varianti locali di Guinness e Heineken, sono solo alcuni dei marchi più diffusi in Africa, dove il consumo di birre tradizionali preparate con sorgo, miglio e altri cereali (tipici delle aree rurali) viene rapidamente rimpiazzato da una gamma di nuove etichette che sembrano crescere in proporzione all'aumento della popolazione, che nel 2050 dovrebbe raddoppiare, raggiungendo i 2 miliardi, con una forte tendenza all'urbanizzazione. L'unico punto debole, ma potremmo chiamarlo anche «boccale mezzo vuoto», arriva per voce del ministro dei Trasporti della Nigeria Rotimi Amaechi, che denuncia una «debolezza delle infrastrutture, che si ripercuotono sui costi di produzione. Questo vale per noi come per tutto il continente. In termini di accessibilità relativa, produrre una birra in Africa sub-sahariana ha un costo medio di tre ore di lavoro in confronto ai cinque minuti degli Stati Uniti, e agli otto in Europa orientale». È stato invece in qualche maniera aggirato l'ostacolo rappresentato dalle controversie morali. I grandi marchi importano birra anche in nazioni dell'Africa ad alto impatto musulmano, ma la creazione di fondazioni a sostegno delle popolazioni locali, i programmi di cura prenatale, le banche del sangue e le campagne anti malaria e Aids, hanno generato un clima di permissivismo utile alla salvaguardia degli aspetti economici.