Contro il bullismo nelle scuole serve «l’intelligenza emotiva»

Fiorella Rubino Ceccacci*

L’acceso dibattito di questi giorni sui preoccupanti episodi di violenza e aggressione nelle scuole ci deve far riflettere, senza pregiudizi e senza avventate soluzioni, come purtroppo, anche in questo caso, sta avvenendo. Addossare la responsabilità quasi unicamente ai videogiochi, ai reality show o alla mancata educazione sessuale nelle scuole, significa cogliere solo una parte minima del problema. Il quadro dell’educazione dei nostri giovani che emerge dalle analisi dell’Osservatorio degli adolescenti della Società italiana di pediatria è desolante. Ragazzi e ragazze si contendono in egual misura comportamenti devianti, frutto di una personalità debole, insicura e dunque facilmente influenzabile. In questi casi sono la formazione e la scuola ad avere la maggiore responsabilità, non la famiglia.
Oggi i giovani sono più soli e depressi, più rabbiosi e ribelli, più nervosi e inclini all’angoscia esistenziale, più impulsivi e aggressivi. Se un rimedio esiste, va cercato nel modo in cui prepariamo i nostri ragazzi alla vita. Questa missione è determinante per una società libera che voglia educare alla libertà responsabile i propri figli. La soluzione consiste in un nuovo modo di considerare la missione educativa della scuola, ciò che la scuola può realmente fare per educare la persona in ogni ambito della sua esistenza.
Lo studioso americano Daniel Goleman ha teorizzato «l’intelligenza emotiva» come pulsione primaria di ogni formazione e di ogni attività sia individuale sia di gruppo. Questa dottrina è stata adottata con successo in molte scuole americane e consiste sostanzialmente nella capacità di favorire il criterio dell’affettività che si misura con la realtà quotidiana, le difficoltà di apprendimento e di comunicazione corretta dei propri stati d’animo. Ed è proprio «l’intelligenza emotiva» la grande esclusa dall’insegnamento scolastico italiano. Una scuola di qualità è tale se promuove un apprendimento che aiuti una reale crescita dell’individuo e della società. Agire già a partire dalla comunità educativa ed educante della scuola significa introdurre quel «virus positivo» che è l’intelligenza emotiva. L’argomento è stato oggetto del convegno Scuola, Teatro e Intelligenza Emotiva promosso alla Camera dei deputati, che si è rivelata importante occasione di confronto fra mondo politico, accademico e della ricerca, grazie alla presenza di esponenti del teatro e della scuola, insieme per dialogare e per discutere dell’insegnamento dell’intelligenza emotiva applicato fin dai primi anni dell’apprendimento scolastico, anche attraverso il gioco del teatro, da sempre, arte comunicativa ed educativa.
Se è vero che l’intelligenza emotiva è quella parte della nostra intelligenza che viene meno quando insorgono quegli episodi di bullismo di cui abbiamo letto nei giorni scorsi, gli stupri, l’anoressia, la bulimia e tutto ciò che sta facendo calare il mondo giovanile in una sorta di angoscia primordiale, quanto possiamo augurarci è che, tra qualche tempo, l’educazione possa riappropriarsi della sua missione fondamentale: aiutare i giovani ad avere comportamenti umani positivi come l’autoconsapevolezza, l’autocontrollo e l’empatia, unitamente all’arte difficilissima e decisiva di ascoltare attivamente, di risolvere i conflitti interpersonali e intrapersonali e di cooperare per una società migliore, all’altezza dell’autentico destino dell’uomo.
*Parlamentare di Forza Italia